Belluino, sghembo, dissonante, appassionato, viscerale, magnetico, fragoroso, cacofonico, stridente, ipnotico.
Visto quante parole conosco?
Ne conosco anche altre: matema, abigeato, liceità, acrimonia, per dire… ma queste, a differenza delle sopraelencate, non van bene per inquadrare il concerto degli Xiu Xiu all’Argo 16 l’altra sera. Cioè usatele, usatene in continuo, sfruttate il nostro vocabolario per dio, ma in altri contesti.
Andiamo.
È martedì sera, c’è un dannato vento freddo di quelli che dan più fastidio, perché vedi poco più in là la primavera incipiente, la avverti, palpabile, alberi in fiore, il sole caldo delle 16, ma dopo il tramonto tocca rimettersi il giubbotto pesante.
È martedì sera, fa freddo ed è la festa del papà e non la passerò a casa, ma avevo precauzionalmente avvisato della mia assenza la quattrenne, invitandola ed esortandola a dirmi la poesia al mattino, prima di andare a scuola, “ma dopo il latte!” aveva stabilito lei (a dirla tutta con l’altra metà del cielo, a.k.a. mia moglie, avevamo studiato il tutto nei dettagli, ovvero che io avrei dovuto fingere di essere ancora addormentato a letto, per far scattare poi lo schema svegliamo il papà – prepariamo il latte – recitiamo la poesia… adoro i piani ben riusciti..)
È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa che perdura da diverse ore, gentile omaggio da sovraesposizione da smartphone e monitor. Due Moment d’ordinanza.
È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa, sono anche stanco, ma stasera non si può non andare a far visita al signor James Cyrus Stewart, 41enne di Los Angeles, e alla sua creatura, denominata Xiu Xiu.
L’ Argo 16 è moderatamente affollato, pensavo (temevo) qualcosa di più, ma non mi dispiaccio affatto, perché sono o non sono un testimonial del conf rock!
Qualche faccia nota, un gin tonic e poco prima delle 22.30 (tipo 29 eh…) con la musica ancora piuttosto alta, luci accese, salgono sul palco, nell’indifferenza dei più, James Stewart, curatissimo nella sua mise nera e nella classica pettinatura “co a riga in parte”, Jordan Geiger (così recita il comunicato stampa, ma ammetto di non sapere che faccia abbia, sebbene gli Shearwater li abbia ascoltati un bel po’. Ad ogni modo immaginatevi un incrocio tra Will Oldham e Doug Martsch) al basso e Thor Harris, anche batterista degli Swans, ma un curriculum impressionante, e di una prestanza scenica meravigliosa, ovvero canottiera nera dentro ai jeans neri a mettere in bella mostra delle possenti braccia pelose, e lunghi capelli biondi. Impossibile non innamorarsene. Anche perché in possesso di una bio su wikipedia magnifica: “Thor Harris (born February 7, 1965) is an artist, sculptor, musician, painter, carpenter and handyman”.
Partono i primi accordi di chitarra, incerti, che a fatica si fanno strada nel vociare del locale, restano sospesi nella terra di nessuno collocata tra il palco e la platea, mi chiedo se il concerto possa dirsi ufficialmente iniziato da quanto surreale sia la situazione; potrebbero essere gli accordi di “Sad Redux-O-Grapher”, ma non ne sono affatto sicuro, inoltre il disco nuovo l’ho ascoltato solo una volta, quindi rimango nel dubbio. Però è un brivido vero e squassante l’ingresso della voce tra quei solitari accordi, quel timbro quasi baritonale quando non teatrale, affettato ad un orecchio distratto, di certo magnetico e peculiare da non lasciarti indifferente, piaccia o meno.
Il pubblico finalmente si accorge che hanno iniziato, deo gratias, si fa silenzio all’Argo 16, ed è subito “I luv the valley OH!”, chitarra-basso-batteria. La meraviglia.
Con precisa alternanza, Stewart alterna in scaletta un brano con la chitarra ad uno senza, nel quale oltre a riversare nel microfono tutto se stesso, utilizza un campionario di strumenti inesauribile (legnetti, campanaccio, un piatto della batteria, un kazoo, un’armonica, altre diavolerie) che suona di volta in volta con una perizia ed una abnegazione ed una convinzione stupefacente.
Non sono bastati quattordici album in quindici anni per categorizzarli, catalogarli, e stasera non fa differenza. Non so se si possa parlare di elettronica, essendo la stessa ridotta davvero al minimo, almeno stasera, non è del tutto nemmeno rock, vista la struttura dei brani, l’uso non convenzionale degli strumenti canonici del rrruuuuoooooocccckk; in realtà non so nemmeno se sia necessario ed importante darla, una definizione. Diciamo che non lo è.
Volendo piuttosto fissare un’istantanea della serata, come suggeritomi dalla mai banale amica Giulia, direi questa: lo sguardo psicotico ed indemoniato che ha Jamie Stewart mentre sta violentando sadicamente il malcapitato crash della Zildjian (probabilmente da 14″), come se quel gesto, in quel momento, fosse l’unica cosa a contare davvero, come se da quel frastuono dissonante dipendessero le sorti del mondo intero. Mondo che nella sua testa probabilmente, anzi sicuramente, ha delle dimensioni ridotte, pochi metri quadrati, grossomodo le dimensioni del palco dell’Argo 16. Perché l’attitudine, l’atteggiamento, la postura di Jamie durante il live è totalizzante e strabordante, e per questo magnetica. Impossibile togliergli gli occhi di dosso, forse per pochi attimi, per vedere Thor Harris alle prese con il clarinetto (era un oboe? beh un qualche aerofono insomma, ero distante), o lo stesso Harris inginocchiato, accucciato sotto la batteria per tipo cinque minuti, o Geiger che accoltella e sevizia le corde del basso. L’esibizione è tutto fuorché lineare, come d’altronde è lecito attendersi, è convulsa, spasmodica (nel senso che risente degli spasmi improvvisi di Stewart, che ora imperversa feroce sul microfono ora danza leggiadro come un moderno Nureev), bellissima, al limite del commovente.
Il pubblico è rapito e rispettoso, educato nell’onorare i silenzi, pochi, che il live presenta.
C’è tempo per un bis, “in acustico” quasi, con Harris ai legnetti, Geiger con delle simil maracas e Stewart, chitarra e voce, a donarci una splendida, rivista, “Sad Pony Guerrilla Girl“.
Sipario. E buona festa del papà a tutti.
P.s. mi é stato fatto notare che al basso non c’era Geiger ma Christopher Pravdica, anch’egli Swans. Tanto vi dovevo.
