Contare la Musica: 6

Inedia. 

Etimologicamente il termine è composto dalla desinenza in -, privativa, ed – edia, mangiare, (edibile, per fare un esempio, ha la medesima radice). Nei dizionari il primo significato riportato è relativo alla mancanza di alimentazione, ovviamente, ma come spesso accade molte parole hanno più sfumature e nel nostro caso inedia assume anche un’accezione più figurata, spirituale, uno stato d’animo simile, anzi superiore alla noia, al tedio. Mi piace pensare che l’inedia, in quest’ultimo senso, si manifesti quando cessiamo di alimentare la nostra persona, interiormente, al di fuori ovviamente della banale routine scandita dalla colazione, dal pranzo, dalla cena e spuntini vari.

Avevo iniziato a buttar giù queste righe lo scorso venerdì 17 aprile, impulsivamente quasi, in un impeto di reazione allo stato mentale in cui mi trovavo, ovvero schiacciato in maniera allarmante dalla serialità che avevano assunto le mie giornate. Un andazzo che iniziava a gravare in maniera difficilmente sostenibile, sfociato in quello che per quanto mi riguarda è il segnale di allarme massimo: non sapere che musica ascoltare.

Oltre quaranta giorni di smartworking ormai sul groppone costituivano un fardello di tutto rispetto, inutile nascondersi, e sebbene tutto si può dire delle mie giornate tranne che si somiglino, sono parimenti inscritte in una sorta di macro routine che, alla lunga, può lasciare scorie (ad ogni modo, quanto bello è il termine parimenti?). Intendiamoci, il problema non era (è) lo smartworking, forse più grande invenzione dell’uomo dopo il pile, quanto piuttosto il dover rimanere chiusi in casa. Che non venga frainteso.

Quindi mi trovavo a scorrere Spotify, ignorando volutamente le playlist indie, gym, relax, e altri vili tentativi di spersonalizzarmi, preso dallo sconforto perché nulla pareva soddisfare le mie esigenze contingenti, quando è spuntata, in maniera del tutto inaspettata, la sagoma in controluce, china sul pianoforte, di un ragazzotto inglese a cui voglio un bene dell’anima, Keaton Henson. La copertina era quella di Impromptu On A Theme From Six Lethargies (Mahogany Sessions).

Ora non vi tedierò (non stavolta) sul mio amore di lunga data per questo straordinario, unico artista, però dopo aver fatto play per sentire questa inedita improvvisazione (impromptu appunto) tratta dal suo ultimo disco dello scorso anno Six Lethargies ed essere travolto letteralmente da cotanta magnificenza, ho ricevuto quella che in ambito religioso si potrebbe definire rivelazione, manifestatasi sotto forma di numero (no, non il 42): il numero 6.

Il 6, che è numero malvagio, pratico, oblungo, idoneo e scarsamente totiente, è anche il numero di lettere che compone la parola inedia e il numero di lettere che compone sia Keaton che Henson, che ha composto finora sei dischi, l’ultimo dei quali, Six Lethargies, contiene per l’appunto sei brani (ma dai???). 

Ora, che ci crediate o no, e sempre vi siate ripresi da questa serie di pazzesche, non volute, coincidenze, per molti anni, oltre venti, ho giocato a calcio. Non me la cavavo male, ma il punto è un altro: da un punto della mia carriera in avanti ho chiesto (e quasi sempre ottenuto) ai miei allenatori di farmi giocare con il numero 6, sebbene facessi l’attaccante o all’occorrenza il centrocampista. Perché? È presto detto: era il numero di maglia di Youri Raffi Djorkaeff, che militava nell’amalapazzainteramala. Il suddetto Djorkaeff, nell’anno del Signore 1997, in data 5/1 (che sommati, fatalità…), giorno nel quale la mia dolcissima madre festeggiava *****nta anni, realizzava un indimenticabile gol in rovesciata, che mi segnò a tal punto dallo spingermi, in pieno spirito d’emulazione e nel pieno dei miei quindici anni (le cui cifre sommate…), a voler giocare sempre col quel numero sulla schiena.

Concluso il momento amarcord non ho potuto non pensare che nell’ambito che più mi interessa, quello musicale, il sei ricorre in maniera quasi stucchevole, con rispetto parlando. Perché? 

È presto detto, e badate bene, questa è solo una selezione, tarata sui miei gusti, altrimenti potremmo fare le ore piccole. 

Bene, sei sono le tracce contenute in Spiderland degli Slint, il miglior disco di tutti i tempi. Sì, quello della copertina in bianco e nero dei ragazzetti in ammollo. Miglior disco di tutti i tempi. Segnatelo. E non poteva essere altrimenti. Ma sei sono le gemme incastonate in quel diadema che risponde al nome di Whatever You Love, You Are, dei Dirty Three, se avete voglia di un po’ di musica strumentale fatta da chitarra, batteria e dal violino ribelle di Warren Ellis. Se invece quello che cercate è una buona dose di malinconia, se volete dilaniarvi il cuore con uno dei dischi più struggenti mai concepiti, fiondatevi con tutte le dovute cautele su Down Colorful Hill dei Red House Painters, che si snoda su sei malinconiche pennellate.

Sulla distanza delle sei tracce è anche un altro dei miei dischi da isola deserta, quel Rusty, unico disco dei meravigliosi Rodan, se al post rock degli Slint volete aggiungere un pizzico di math. La progressione Rodan – Slint non può non continuare che con i June of 44, il cui Tropics and Meridians consta di esattamente sei tracce, tra le quali quella Anisette che rimane una delle migliori canzoni post/math rock mai scritte. Vediamo, chi manca all’appello? Ah già i For Carnation. Qual è il loro disco migliore? Beh, direi Marshmallow, così su due piedi, anche se l’omonimo The For Carnation, con quel miracolo di Emp Man’s Blues in apertura (all’inizio sentirete poco, poi il volume sale, abbiate pazienza), non è da meno. Vabbè, possiamo prenderli entrambi, hanno sei canzoni ciascuna. Che poi se parliamo di post rock, non possiamo prescindere dai ragazzotti di Chicago, i Tortoise, cervellotici quanto basta, non sempre centratissimi, ma quel loro Millions Now Living Will Never Die è un signor disco (grazie @fourgreatpoints per la segnalazione). Oltre che a contenere ovviamente sei brani. E ad avere un titolo di sei parole poi.

Seguendo un ordine diacronico, abbandonati quindi gli anni ’90 ed entrati in pompa magna negli anni ’00, quelli che più di tutti, nell’ultima “infornata” hanno saputo raccogliere l’eredità di mostri sacri quali Mogwai o Godspeed You! Black Emperor, rimanendo appunto in ambito post, ritengo siano gli Explosions In The Sky. Per cui credo sia giusto onorarli con la chiusa di questo divertissement, che per dirla alla V, vira verso il verboso: So Long, Lonesome, sesto (e ultimo ovviamente) brano di All of a Sudden I Miss Everyone.

Perché mai come nel mio caso risulta vero: sei quello che ascolti.

Mourning [A] BLKstar – “The Cycle”

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 15/05/2020

Niente inganni, niente trucchi. È andata esattamente così.

Mi stavo apprestando ad uscire per la mia consueta corsetta e ricevuto un pacco all’ultimo momento dal partner di sudata, per darmi un po’ più di coraggio e vincere le possibili resistenze e le alternative certamente più allettanti che la mia psiche avrebbe sicuramente tentato di propormi, avevo optato per gli auricolari a farmi compagnia. Avevo già stabilito che avrei ascoltato i Fontaines D.C., perché Dogrel aveva la durata perfetta per il giro in programma (già testato, se non ci sono intoppi apro il cancello di casa a metà Dublin City Sky). Sta di fatto che mi ero appena cambiato, un’ultima scorsa al feed di Twitter, più per consuetudine che per reale necessità, quando avevo incrociato il tweet che come fai ad ignorare e più o meno recitava “Uscito oggi The Cycle. Disco dell’anno. Punto”. Per curiosità controllo se esisteva questo nome a me totalmente ignoto su Spotify, ed in effetti c’era: Mourning [A] BLKstar.

Senza pensarci troppo su premo play e parto. Totalmente alla cieca. Precisazioni doverose: non avevo mai, mai sentito nominare questo nome, non sapevo che genere facessero (o facesse?), non sapevo da dove fossero (fosse), il nulla. E l’aspetto ancor più peculiare di tutta questa storia è che mentre scrivo queste righe sono nella stessa medesima situazione di cui sopra. Questo giro di proposito. Prima volta che mi capita nella mia gloriosa (rotfl) ultradecennale (lol) carriera (wtf) di recensore musicale di ascoltare e successivamente scrivere di un disco senza avere un minimo di contesto, due coordinate in croce, una mezza riga di biografia. A tal proposito ho sempre trovato assolutamente stimolante per possibili interminabili discussioni il passaggio di un disco dei Uochi TokiLibro Audio, quando su L’Osservatore, L’Osservatore PrimoNapo enuncia “Non m’interessano i contesti sociali dai quali i gruppi musicali provengono, a meno che non si tratti di alieni, navi spaziali od antichi guerrieri più o meno medievali”. Ve l’ho buttata là intanto, poi un giorno magari ci torniamo.

Torniamo a me e alla mia corsa. Saranno gli auricolari di buona qualità, sarà che sto attraversando una sperduta stradina ai cui lati si distendono ettari di frumento ed altre non meglio identificate colture, sarà che a 4.50 al chilometro le difese si fanno più labili (ebbene sì, sono tornato sotto i 5 al chilometro) ma ci metto davvero poco a farmi ipnotizzare, forse trenta secondi e mi trovo a correre a Bristol con “3D” Del Naja e Beth Gibbons, che non sapevo corresse, e approfitto per dirle che mi innamoro di lei ogni qual volta la vedo fumare durante Glory Box su Roseland NYC Live. Passa poco e una traversata oltreoceano mi catapulta a Brooklyn, dove ad attendermi trovo Tunde Adebimpe e Kyp Malone, per poi spostarmi ancora verso ovest, destinazione Cincinnati, ospiti di YoniAdam e David e poi ancora più in là, verso la San Diego di Sumach Ecks

Sono queste le coordinate entro le quali si colloca questo The Cycle (ah, la copertina non ricorda tantissimo quella di Jane Doe, dei Converge?) il trip hop di matrice bristoliana targato Massive Attack e Portishead, le sfumature black dei primi TV On The Radio, il sommesso incedere dei Clouddead, il mood straniante, fuori fuoco, polveroso di Gonjasufi. Il tutto accompagnato da ottoni che suonano un peculiare klezmer sotto ketamina mentre ammiccano senza troppa timidezza in direzione DetroitGrand Boulevard, citofonare Motown. O se volete un riferimento più recente alcuni passaggi dei The Roots.

Raggiungo la dimora sugli acuti irreali di So Young So, il tempo di una doccia e riprendo a lavorare (meraviglie dello smart working) in attesa della cena, e contestualmente riprendo l’ascolto. E non scende di livello, non perde un colpo nemmeno a cercarlo. Ecco, ascoltare questi Mourning [A] BLKstar ti lascia lo stesso senso di ammirazione (o invidia?) che provavi da bambino, quando avevi l’amico fortissimo a giocare a calcio, ma quando te lo trovavi a giocare a basket era ancora meglio, per non parlare di quando si metteva a sciare, snowboard o sci non faceva differenza. Questi stronzi fanno bene tutto (volevo scrivere dannatamente bene, come nei migliori doppiaggi italiani), qualsiasi vestito decidano di mettersi lo indossano alla perfezione, e la loro camminata rimane assolutamente inconfondibile; sono eclettici, liberi, e pieni di idee.

Ed ora, mentre in sottofondo scorrono le note di 4 Days (al minuto 5.40 quell’ipnotico passaggio dispari voce / pianoforte mi muove quasi alle lacrime), brano di chiusura di questo enorme lavoro, e non solo per i quasi 70 minuti di durata, eccovi le informazioni di cui vi sono debitore, ma che potete tranquillamente bypassare qualora la pensaste come il caro Napo: i Mourning [A] BLKstar più che una band nel senso stretto del termine sono un collettivo, di stanza a Cleveland, che ruota attorno alla figura di Ra Washington, il quale pare abbia portato dodici abbozzi di canzone in sala prove e tutti i musicisti abbiano creato e arrangiato le loro parti direttamente sul posto (delle altre sei non c’è dato sapere). Il numero dei membri varia, a vedere le foto dallo splendido loro sito e le varie line up accreditate. Ad oggi sembra siano in otto, abbiano tre cantanti e nessun bassista. Ed una bio che potrebbe rimettere tutto in discussione. O forse no:

We are a multi-generational, gender and genre non-conforming amalgam of Black Culture dedicated to servicing the stories and songs of the apocalyptic diaspora.

Auguri, mon cherie (part 2)

Ieri sera, lasciato il divano dopo le canoniche tre puntate di The Office a conclusione di giornata (a proposito, siamo agli sgoccioli della nona stagione e non sono assolutamente pronto a lasciar andare i ragazzi, davvero. Credo che l’unica sia riprendere da capo la prima stagione, in un loop infinito), la situazione in casa era la seguente: la prole profondamente dormiente, il lato destro del letto occupato dalla mia aitante figura, impegnata nella lettura di “Non fare stronzate, non morire”, mentre alla mia sinistra mia moglie alle prese con “L’Arminuta”, gran libro per la cronaca. Di lì a pochi minuti, era infatti quasi la mezzanotte, avrebbe compiuto gli anni (mia moglie), per la prima volta in un regime di semilibertà, per la prima volta in quarantena, per la sedicesima volta con me accanto. Alle 00.01 mi volto, le dico “Tanti auguri, un po’ particolari questa volta”, e per tutta risposta ricevo un “Grazie. Che tristezza”, che non sapeva di rabbia o rancore, ma ci potevi sentire una vena di delusione e tristezza, per una come lei, e non che io sia da meno, abituata a festeggiare sempre in maniera mai sobria o moderata, bisognosa com’è di farsi circondare da così tanta gente che il termine congiunti avrebbe saputo coprire al massimo un 20% del totale.

Lei spegne la luce e mi faccio violenza a non anticiparle che il suo compleanno non sarebbe passato in sordina, e la perdono, in cuor mio.

Perché non sapeva che l’indomani mattina, durante la colazione, le avrei fatto sentire Candle Song 3 dei Mojave 3 (https://www.youtube.com/watch?v=gK1024WRwvU), e la sua dolce poesia, e poco male che inizi dicendo che è di nuovo Natale, concentriamoci su quel “I stand by my lover as she stands by me / Chained to my lover as she’s chained to me”, e rendiamo grazie a Neil ed a Rachel, che in questa veste come in quella targata Slowdive, donano momenti di rara bellezza.

La perdono perché come avrebbe potuto immaginare che verso pranzo le sarebbe stato recapitato un mazzo di fiori, corredato da una citazione dei R.E.M., che tanto le piacciono, dall’undicesimo album della band di Athens il quinto brano, per la precisione. E che quando mi avrebbe scritto per ringraziarmi io avrei finto di non saperne nulla, dio mio le risate…

E avrebbe potuto pensare che per cena, in via del tutto eccezionale, io avrei fatto lo sforzo immane di mangiare sushi, attività che ho rifuggito per quasi quarant’anni, per dei preconcetti tutti miei, e che al momento in cui scrivo non so ancora se si sarebbero rivelati fondati o meno.

Poi mi chiedo, sarebbe stata in grado di immaginare che il cancello sarebbe stato lasciato fortuitamente aperto, così come la porta che scende in taverna, per permettere a quattro congiunti (uno dei quali, dovesse leggere queste righe, difficilmente resisterebbe dal canzonarmi utilizzando termini zucchero-correlati, inteso come sostanza, non il cantante, e sì, Irene, sei tu) di accomodarsi di soppiatto attorno al tavolo, in attesa di vederla scendere, attirata con un espediente al momento ancora in fase di definizione, e mangiare una fetta di torta e bere un prosecco fresco (niente nonni ancora, cerchiamo di non scherzare troppo col fuoco).

Ed ancora aprire, aiutata ovviamente dalla primogenita, tre pacchi, contenenti un paio di ciabatte dalla fantasia improbabile, una centrifuga per asciugare l’insalata (che sarebbe dovuta arrivare in ritardo e invece… magic happens) così finalmente buttiamo via quella inutile che abbiamo attualmente, e un vinile dei Mumford, Sigh No More, che è una delle sue colonne sonore preferite quando al sabato mattina rovescia sotto sopra la casa.

Io credo di no.

Ah, visto che mentre starà leggendo queste righe dovremmo essere in chiusura di giornata, colgo l’occasione per dirle che l’ho finalmente perdonata per aver rifiutato, in data 1 ottobre 2012, mentre ci trovavamo dalle parti di Portland (Maine), nel sesto giorno di viaggio di nozze, di andare a Boston (Massachusetts) a vedere i Godspeed You! Black Emperor all’Orpheum Theater. C’ho impiegato 2773 giorni ma ora sto meglio e non porto più rancore.

Quindi niente, in questa giornata che The Truman Show in confronto è solo na roba da dilettanti, finiamo idealmente con Bright Eyes, che la musica deve c’entrare. Sempre.

I’m glad I didn’t die before I met you

But now I don’t care, I could go anywhere with you

And I’d probably be happy

Waxahatchee “Saint Cloud” (Merge Records, 2020)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 27/03/2020

Waxahatchee “Saint Cloud” (Merge Records, 2020)

Waxahatchee, che è l’ultimo progetto in ordine cronologico di Katie Crutchfield, deve il suo nome a Waxahatchee Creek, situata negli Stati Uniti, precisamente in Alabama. Se cercate informazioni su questo Waxahatchee Creek, ad esempio su wikipedia per comodità, oltre alle tre righe di contestualizzazione, troverete poco altro, ma che è più o meno (più meno che più) noto per essere zona nella quale vive la Leptoxis Ampla, una specie di lumaca d’acqua dolce, a rischio estinzione, e che ha trovato il suo habitat ideale principalmente appunto in Alabama.

Sulla Leptoxis Ampla potrei star qui a parlare profusamente ma non mi pare né il luogo né il momento adatto, per cui tenderei a concentrarmi su Saint Cloud, ultima uscita sulla lunga distanza (madonna come mi piace sta espressione) di Waxahatchee, sempre per la Merge Records e che segue a distanza di tre anni Out in the Storm. E anticipazione, probabilmente è il mio disco dell’anno, al 27 marzo 2020. Quindi giudizio parziale ma non mi esponevo in maniera così decisa da anni, forse dal 2015 con At Least For Now.

Anziché fuori in mezzo al temporale, riprendendo il titolo dell’ultimo disco, con questo Saint Cloud Katie Crutchfield sembra essere uscita dal temporale, a sentire come suona (bene) già dall’iniziale Oxbow; messe forse temporaneamente da parte le distorsioni e gli echi pseudo punk simil grunge del passato ci troviamo immersi in sonorità quasi soul, dalle parti della Macy Gray di The Id, quando non più spiccatamente in territori americana, quel country che fanno principalmente loro, gli americani. Waxahatchee ci mette sopra una freschezza ed un’irresistibile necessità di usare la voce, giocarci, passare dal falsetto (Can’t Do Much ha degli splendidi echi della Abigail Washburn di City Of Refugee) ad una sorta di indietronica che quasi ti pare di sentirci i Postal Service (Fire).

Lo stato di grazia compositiva della Crutchfield non conosce soste né tentennamenti, è un continuo sorprendersi per una partenza dylaniana (Lilacs) o per la dolcezza di una The Eye che risulta tanto semplice quanto efficace. E siamo solo a metà disco.

L’enigmatica Hell, col suo testo in bilico tra amore e inferno ci porta a Witches, nella quale Katie ci parla delle sue tre migliori amiche, nominandole lungo il brano: la ballerina Marlee GraceLindsey Jordam (a.k.a. Snail Mail) e la sorella, Allison Crutchfield, con lei nei P.S. Eliot. E lo fa in maniera tutt’altro che convenzionale, ma al termine di un vero e proprio labor limae, soppesando le parole e scegliendole con cura, creando immagini, per colorare, dipingere sfumature, ritrarre con una vivida naturalezza.

In Arkadelphia c’è spazio per scavare nella memoria, tra ricordi che tornano a galla e coi quali non si è mai fatto pace, poggiati su di una malinconica, struggente melodia, Ruby Falls scorre via, con la sua cadenza fatta di Hammond e batteria, per portarci in fondo, a quella che è la vetta del disco, e forse di tutto quanto la mente di Katie Crutchfield abbia partorito fino ad ora.

St. Cloud si muove tra sparuti accordi di chitarra, poco altro, è la voce a prendersi tutta la scena, torna l’immagine del vestito bianco, “And I Might Show Up In A Wight Dress”, come nell’iniziale Oxbow, un potentissimo “If the dead just go on living / Well there’s nothing left to fear”, ci si sposta tra ombre e luci che scandiscono un ritorno, forse uno svanire. Finisce il brano e in automatico lo faccio ripartire, come un automa, voglio perdermi anche io tornando a casa a Saint Cloud, voglio bruciare lentamente anche io, voglio sentire all’infinito quel “when I go, oh when I go”, voglio provare questa alienante, curiosa, spiazzante, meravigliosa sensazione di perdizione e fine, confortato dai toni caldi e rassicuranti di una voce divina. E se serve, versare qualche lacrima.

Slint @ TPO, 04/03/2005, Bologna

Ero quello a tre metri dal palco, leggermente sulla sinistra, con lo sguardo fisso ora su Brian, ora su David, o Britt, o Todd, in contemplazione.

Ero il mistico, in piena ascesi, con la bocca spalancata, un look imbarazzante, i brufoli post buberali.

Ero molto prossimo dall’essere la persona più felice del mondo. O forse lo ero davvero.

Quindici anni fa, 5479 giorni oggi, assieme a Guido, Ale, Andrea ed E. (colei che sarebbe diventata diversi anni dopo mia moglie) in un venerdì sera marzolino, mi trovavo al TPO di Bologna per la prima (ed al tempo unica) data italiana di quello che considero il gruppo più influente e importante della mia esistenza: da Louisville, Kentucky, gli Slint.

Per non apparire esagerato o eccessivo è necessario considerare questo aspetto: gli Slint allora praticamente non erano attivi (nemmeno ora, ad essere sinceri), nel senso che erano esistiti per una manciata d’anni, forse quattro, il tempo di consegnare alla storia della musica due dischi ed un EP, le cui durate sommate assieme faticavano ad arrivare all’ora e mezza, ma che al pari dell’esplosione di una supernova avevano rilasciato un bagliore accecante in tutta la galassia, per poi frantumarsi in molti asteroidi, ciascuno dei quali avrebbe contribuito a propagare il verbo, sotto nuove forme, negli anni a venire.

L’io poco più che ventenne, in piena bulimia musicale, ossessiva ed inesauribile, era il classico uomo giusto al posto giusto al momento giusto, in quanto erano gli anni in cui l’alimentazione era quasi esclusivamente a base di Rodan, Juneof44, Bastro, Polvo, Tortoise, poi Low, GY!BE… Insomma il mondo era un posto bellissimo che aveva gli Slint come unico sovrano. Mite e benevolo, ma pur sempre in monarchia eravamo.

Pensate a come avrebbe dovuto sentirsi l’io di allora alla notizia che il proprio dio (nel mio regno il potere temporale e spirituale coincidevano), in termini musicali s’intende, che aveva disseminato qua e là sporadiche apparizioni (la questione si fa sempre più spirituale) in luoghi della terra non facilmente raggiungibili, si sarebbe manifestato nuovamente, e questa volta sarebbe stato a portata di mano, sarebbe accaduto davvero, e Bologna e il TPO sarebbero diventati la sua Međugorje.

Quindici anni sono tanti, se hai la mia (pessima) memoria, e mi ero rassegnato al fatto che avrei continuato a perdere dettagli, sensazioni; ci si era messa anche mia mamma che qualche tempo fa aveva deciso che la maglietta che avevo comprato quella sera, col dettaglio di Spiderland sul fronte e le date del tour sul retro, era un po’ rovinata ed era il caso di buttarla. Ancora sto elaborando il lutto. Per la maglietta. Mia mamma l’ho risparmiata. A fatica.

Ieri mattina mi era arrivata la notifica sul telefono, da concertarchives.org (qualche tempo fa avevo iniziato pazientemente ad inserire in questo sito tutti i concerti che ho visto nella mia vita, un’impresa titanica, stima fine lavori dicembre 2030), “15 years ago today, you saw…”, e mi ero deciso a contravvenire ad uno dei miei stupidi princìpi, ovvero i post celebrativi, commemorativi, “i compleanni, quelli belli” et similia. E quindi provare a fare un live report a tre lustri di distanza, con le poche informazioni che la mia memoria aveva conservato, non potendo contare nemmeno su dei video, perché su YouTube non c’è traccia di quel concerto, Facebook era appena nato, Whatsapp, Instagram, Twitter non esistevano ancora. Ho recuperato giusto qualche foto, in un vecchio hard disk.

E quindi è tutto un “mi ricordo”.

Mi ricordo bene del passante al quale avevamo chiesto informazioni e che ci aveva indicato la via per “quel posto dove ci sono i ragazzi che fanno balotone”.

Mi ricordo di alcune sedie, in vimini forse, o forse poltroncine, all’ingresso del TPO, dove ci eravamo accomodati a fumare, in attesa dell’epifania. E mi ricordo che quando siamo arrivati non c’era moltissima gente. Poi invece dalle foto pare ce ne fosse molta, anche se la mia percezione era quella di essere l’unico spettatore, tipo il video one to one di Bon Iver che suona 8 (Circle).

Mi ricordo dei Radian, mi ricordo che erano austriaci, molto sperimentali, dei quali ho però perso le tracce poco dopo.

Mi ricordo che il colpo di grazia fu subito all’inizio del concerto degli Slint, perché attaccarono con For Dinner… che è la mia canzone. Che fatalità dà il nome a questo blog. E mi ricordo il silenzio surreale durante quel finale ipnotico, il perfetto viatico per iniziare l’ascesa all’empireo.

Ah, mi ricordo di volumi belli alti. E un ottimo bilanciamento. Forse la voce un po’ bassa all’inizio di Breadcrumb Trail.

Mi ricordo Brian McMahan sulla sinistra, le braccia sempre lungo i fianchi, un berretto improbabile (anche se a vedere le foto doveva essere freddino), messo di lato, a guardare l’altro lato del palco, occupato da David Pajo.

Al basso c’era Todd Cook, l’unico “nuovo” rispetto alla formazione originale, e mi ricordo quel suo look quasi da nativo indiano. Me lo ricordo impassibile, una mummia praticamente.

Mi ricordo Britt Walford alla batteria, anche se impresso nella mia mente c’è più l’esecuzione di Don, Aman, suonata da lui e da David Pajo, seduti uno di fronte all’altro a centro palco, una chitarra ciascuno, e ricordo che, senza motivo, il mio pensiero fu “minchia, su Don, Aman non c’è la batteria!

Mi ricordo David Pajo sulla destra. Mi ricordo specialmente la sua felpa col cappuccio, un orologio/braccialetto decisamente vistoso, e mi ricordo il quantitativo enorme di armonici suonati, senza una minima imprecisione o incertezza.

Ripensarci credo sia stato il concerto con meno movimenti della storia della musica, fatta eccezione per quelli in cui, tipo i Godspeed, suonano seduti.

Mi ricordo la botta tremenda, dal punto di vista emotivo, del finale di Good Morning, Captain, di Brian che urla disperato “I Miss You! I Miss You!” alzandosi quasi in punta di piedi ed inarcando la schiena.

I ricordi finiscono qui. Ricordo che gli Slint tornarono altre due o tre volte in Italia e ricordo bene che consapevolmente e senza rimpianti decisi di non andarci. Avevo già raggiunto l’empireo quel 4 marzo, impossibile salire oltre.

Setlist:

For Dinner…

Breadcrumb Trail

Charlotte

Nosferatu Man

Pam

Darlene

Glenn

Don, Aman

Ron

Pat

Rhoda

Washer

Good Morning, Captain

Tindersticks @ Philharmonie, 04/02/2020, Berlino (DE)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 07/02/2020

“Non ho mai pensato che nella vita, per procedere, bisognasse necessariamente andare in linea retta”.

La dice Marco Paolini, ne Il Milione. La faccio mia, per oggi, perchè seguire un’unica direzione, un filo (immaginario o meno), per raccontare cosa è stato il live dei Tindersticks alla Philharmonie Berlin, mi risulta davvero difficile. 

Ci sono diversi piani di lettura, diversi aspetti, alcuni più rilevanti di altri, diversi punti di vista, come se tenessi in mano un poliedro irregolare, un diamante, e ruotandolo nella mano ci guardassi attraverso da ogni faccia, ognuna diversa dall’altra.

Arrivo a Berlino il giorno precedente al concerto, in compagnia di una coppia di amici e della mia signora, e siamo tutti e quattro eccezionalmente, per la prima volta, senza prole (rimasta a testare i nonni sulla distanza delle 48 ore. Spoiler: prova brillantemente superata). Trascorriamo la giornata in giro per la città, tra l’East Side Gallery, il Memoriale per gli ebrei, il Museo Ebraico, combattendo contro un vento tagliente che non dà un attimo di tregua. Anzi, verso le 19, mentre a piedi risaliamo Postdamer Straße in direzione Philharmonie, si aggiungono delle fine gocce di pioggia fredda, a rendere il tutto più invernale e complicato.

Ad ogni modo guadagniamo l’ingresso e nemmeno troppo timorosi cominciamo a dare uno sguardo intorno. Il foyer è già piuttosto affollato e praticamente ogni persona sta sorseggiando del vino bianco da un piccolo calice o della classica birra, qualcuno addenta un Brezel. Butto una furtiva occhiata al listino prezzi e penso che tutto sommato l’acqua che ho nella mia bottiglietta non è poi male. 

Poco dopo le 19:30 viene aperta anche la sala concerti e impaziente raggiungo il mio posto. E la meraviglia. Davvero. Nelle settimane scorse avevo letto diversi articoli e spiegazioni circa l’architettura della Philharmonie, nella quale ogni singolo dettaglio, ogni particolare, ogni elemento risulta funzionale alla resa acustica dell’esecuzione. Dal legno degli schienali delle poltrone (kambala), alle 136 piramidi appese al soffitto che hanno lo scopo di assorbire i bassi, agli elementi sopra il palco che prevengono la dissipazione del suono e ad altre nozioni delle quali capisco poco ma che affascinano molto.

La sala si riempie piuttosto rapidamente e poco dopo le 20, abbassatesi le luci, i cinque Tindersticks, tutti vestiti di scuro, sulle note di A Street Walker’s Carol, raggiungono il palco.

I tre superstiti membri originali della band, Staples al centro, Neil Fraser alla chitarra a destra, David Boutler alle tastiere, xilofono (e piattini) a sinistra, Dan McKinna al basso e l’americano Earl Harvin (mio MVP) alla batteria e percussioni.

Prima piccola doverosa digressione: il mio primo contatto con i Tindersticks, inglesi, attivi dal 1991, risale ai primi anni 2000. Non ricordo di preciso l’anno, ma ero nel periodo in cui acquistavo dischi con una certa assiduità ed avevo l’usanza, insieme ad un paio di amici, di comprarne, di tanto in tanto, di artisti sconosciuti, fidandoci esclusivamente della copertina. La mia scelta quel dì, pescando dallo scaffale delle offerte, cadde su Can Our Love.., che ancora oggi rimane uno dei dischi con la copertina più brutta di tutti i tempi (a parer mio s’intende).

Fu amore, immediato e totalizzante. E duraturo, se a distanza di vent’anni sono disposto a farmi 1043 km (secondo Google Maps) per vederli dal vivo. Le atmosfere notturne, No Man In The World, la voce baritonale, nasale, di Stuart A. Staples. E soprattutto le copertine. Dio mio le copertine. Qualche settimana più tardi acquistai anche Curtains il loro terzo disco, l’omonimo debutto e l’omonimo secondo disco (già, il primo e il secondo album dei Tindersticks si intitolano entrambi Tindersticks). Questi quattro dischi (ma anche alcuni successivi) hanno una peculiarità: la bellezza della loro musica è inversamente proporzionale alla bellezza della loro copertina. O direttamente proporzionale alla bruttezza. Insomma, per capirsi, sono dischi meravigliosi con un artwork alquanto discutibile. Ecco.

Si parte con Before You Close Your Eyes, con Stuart A. Staples, frontman e attore principale, ad ondeggiare dolcemente nel mezzo, prima di avvicinarsi al microfono per deliziare la platea adorante con la sua inconfondibile voce, e quel disperato, dimesso I never cry for our love/I never cry

Una delle prime sensazioni che provo, superato l’iniziale momento di sopraffazione emotiva e conseguente azzeramento delle facoltà cognitive, è la qualità dell’esecuzione. Voi direte “eh, grazie, sei solamente in una delle sale da concerto migliori al mondo!”; vero, però c’è dell’altro. C’è di più. E ne ho la riprova quando parte How He Entered, direttamente da The Waiting Room, un recitativo con una metrica non convenzionale, ovvero che fugge dal canonico 4/4. La narrazione di Staples poggia su una trama più scarna della versione su disco, che guadagna in espressività e funge da incontrovertibile banco di prova, senza appello, per la band, che ne esce in maniera sontuosa: di fronte ad un irreale devoto silenzio, su di un palco che non permette la minima sbavatura, che ti permette di riconoscere indistintamente un tocco di piattini (quelli da dita per intenderci) in mezzo a due chitarre, un basso, una batteria e il piano, non puoi fingere, non puoi nemmeno nasconderti, e la grandezza dell’esibizione dei Tindersticks risiede proprio (anche) lì, ovvero nella destrezza del gestire il piano ed il forte, di dilatare gli spazi e serrarli, di elevare il loro “pop notturno” a livelli d’eccellenza e raffinatezza (Willow, la conclusiva For The Beauty, tra le molte).

La scaletta, come logica vorrebbe, verte per quasi la metà sull’ultimo No Treasure But Hope, alla quale si alternano brani che coprono quasi totalmente la discografia della band. E faccio una seconda piccola digressione: delle mie ipotizziamo quindici canzoni preferite dei Tindersticks, se dovessi stilare un elenco, non ne è stata fatta nemmeno una; quindi esatto, niente Tiny TearsUntil The Morning ComesWe Are Dreamers, la già citata No Man In The WorldDying Slowly. Sì, hanno fatto A Night In, e Pinky In The Daylight, però che bello quando un artista non diventa vittima (o succube) del volere popolare, del bambino viziato, e anzi porta il pubblico fuori dalla cosiddetta comfort zone. È lì che la musica aggiunge valore, diventa educativa, diventa arricchente. È lì che si espandono gli orizzonti. 

È lì che voglio stare.

L’ha detto meglio di tutti Edward Morgan Forster: Spoon feeding in the long run teaches nothing but the length of the spoon.

Staples e soci si congedano con una magnifica A Night So Still, ennesimo suggello ad una vera e propria lectio magistralis musicale, misurata ma non pigra, elegante senza essere mai boriosa, alta ma mai altezzosa. Si alzano le luci e mi alzo in piedi assieme a tutto il resto del pubblico per tributare il giusto riconoscimento ad una band a cui devo molto e che stasera mi ha fatto sentire un privilegiato.

Califone “Echo Mine” (Jealous Butcher Records, 2020)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 21/02/2020

Un nuovo album dei Califone è sempre e comunque una splendida notizia.

Provenienti da Chicago e attivi dal 1997 (dopo la dipartita dei sensazionali Red Red Meat), per questo ottavo lavoro sulla lunga distanza, in formazione “a tre”, con Ben MassarellaBrian Deck ed ovviamente sua eminenza Temistocles Hugo Rutili (per gli amici Tim), i Califone ci consegnano un disco che ci ricorda, semmai in questi sette anni di quasi silenzio ci fosse venuto qualche dubbio, che siamo di fronte a dei fuoriclasse. Punto.

Vi basteranno poco più di 60 secondi per concordare con me, un’intro di chitarra, qualche manipolazione, e poi l’inconfondibile incedere califoniano (non manca una erre, sia chiaro), una spruzzatina di slide guitar, quel pseudo blues strascicato, e la voce di Rutili a trascinarsi (e trascinarci) da vent’anni e più. Siamo sempre nei territori cari ad Heron King Blues, ma si sconfina spesso, senza pudore e senza remore, già con il ritmo folle (per gli standard compassati dei nostri, s’intende) di Bandicoot, con sfuriate di Hammond e divagazioni decisamente colorite. 

La successiva, mirabile, Night Gallery/Projector, in maniera del tutto inaspettata ma perfettamente naturale, evolve in un finale quasi “kosmik”, per lasciare il passo alla strumentale Howard St & The Beach Nov 1988 After 11, dove è Ben Massarella e le sue percussioni a tenere la rotta prima di accompagnarsi all’organo verso il finale. Si sperimenta ancora, come in Carlton Says: Find it. It’s Still There con l’apparizione di una registrazione di una voce femminile, o nella minimale Flawed Gtr.

I quasi sette minuti di Echo Mine, il brano che dà il nome al disco, sono tra i più ispirati dell’intero disco, e costituiscono davvero la perfetta fotografia di quello che i Califone rappresentano, l’incedere lento, cadenzato, uno tappeto sonoro ora scarno, ora più intrecciato, la melodia incerta che si intreccia ad intromissioni rumoreggianti, e la voce di Tim a suggellare un piccolo miracolo.

I Califone hanno deciso di tenersi i botti alla fine, pare di capire; Snow Angel V1 è una gemma chitarra e voce, che in certi passaggi mi ricorda i 16 Horsepower di Sackcloth ‘n’ Ashes, con un coro a far capolino e a rendere tutto più struggente. By the Time the Starlight Reaches Our Eyes pare citare certi momenti del Tom Waits di Bone Machine, per poi espandersi e dilatarsi in un lungo crescendo strumentale.

I titoli di coda giungono con Snow Angel V2, versione “elettrica”, chitarra + basso + batteria di Snow Angel V1, che in questa veste diventa quasi una ballad in salsa Califone.

Gran bel disco questo Echo Mine che ci regala dei Califone ancora in piena fase creativa, a rimarcare che l’universo creato da Tim Rutili e compagnia, già sconfinato, è ancora in espansione.

Good Company. Comaneci @ Teatro del Pane, 17/01/2020

Al Teatro del Pane si conoscono tutti.

Arrivo quando mancano più di quaranta minuti all’inizio del concerto e sembra siano già tutti lì, intenti a conversare, scherzare, disquisire animatamente, ognuno col proprio bicchiere (sotto cauzione), che tanto è venerdì sera e quale inizio di weekend migliore di questo?

Una rapida occhiata intorno, scorgo qualche volto noto (di quelli che trovi sempre e solo ai concerti, tutti ne abbiamo…) e mi accomodo più o meno a metà sala.

Per capirci, il Teatro del Pane è piuttosto piccolo come luogo, credo non arrivi a cento posti, e fortunatamente stasera è sold out.

Mi accomodo all’inizio di una fila ancora tutta libera per dimezzare subito le possibilità di dover interagire con altre persone (sono solo soletto stasera, sob sob), su di una sedia rivestita con della stoffa grigia, il che mi porta a notare che le prime file sono costituite da poltroncine rosse stile cinema anni ’80, mentre le altre file da sedie ancora diverse, sempre grigie mi pare. In fondo alla sala tavolini sparsi qua e là. Sopra la mia testa un grande lampadario in vetro, sorretto da un alto tetto di un moderno legno chiaro. Si dice meltin pot in questi casi, vero? Eppure sembra tutto perfettamente armonico e sensato.

Sto scorrendo la TL di Twitter per vedere se abbiamo per caso preso Eriksen e attacco per un attimo Shazam per scoprire questi Jamestown Revival quando il lampadario di vetro lascia spazio a delle fioche luci rosse sul piccolo palco di fronte a me.

In un curioso silenzio (nel senso che nessuno ha applaudito) si accomodano Glauco Salvo con la sua Fender bianca a sinistra, di fronte a lui ovviamente Francesca Amati, al centro l’ultimo arrivato in casa Comaneci (ah già, siamo qui per loro stasera, noto che non l’avevo ancora esplicitato, pardon), Simone Cavina (MVP della serata a mio avviso. Meraviglioso. Una gioia per le orecchie e per gli occhi, una costante, continua lezione di classe e genialità, con un set minimale che personalmente adoro).

I Comaneci (attivi dal 2005, Ravenna, 4 dischi, blah, blah, su google trovate tutto) che stanno portando in giro per l’Italia il loro ultimo disco, “Rob A Bank“, sono una delle gemme più pure della musica italiana e io voglio loro un gran bene. Non so se siano proprio la mia “tazza di te”, come si dice in gergo, ma gli ingredienti ci sono tutti: la magnifica voce di Francesca, tra la Cat Power post “The Greatest” e qualche reminiscenza Cocorosiana, una naturalezza impressionante nel passare da ballate folk/bucoliche (“The Lake“) a momenti più serrati (“Cocoon“), una continua fuga dalla banalità e dalla categorizzazione, come nei tempi dispari di “Questions” (ah, uno degli obiettivi del 2020 è quello di imparare a riconoscere un ritmo di una canzone che non sia un 4/4), i momenti a due voci (o addirittura tre) come in “Plainsong“, che culla e ammalia e non vorresti terminasse mai, vorresti continuare a rimanere sospeso in quell’istante di ovatta e tenerezza.

Un’ora, poco più, di grande musica (il fatto che non abbiano fatto “Good Company” non incide sul mio giudizio, sia chiaro). Applausi più che meritati da tutto il teatro, i Comaneci ringraziano, sinceri e lasciano la ribalta nuovamente al lampadario di vetro, che lentamente torna a brillare. Faccio per andarmene, decisamente soddisfatto (la combinazione concerto bello e corto rimane la mia preferita) quando m’imbatto in C. C’abbracciamo, parliamo del più e del meno, scherziamo, ci diamo appuntamento per una cena, a breve mi raccomando.

Ah già, al Teatro del Pane si conoscono tutti.

Per aspera, Ad Astra. Godspeed You! Black Emperor @ Hall, 19/11/2019

3219 giorni fa la prima volta. 1466 l’ultima. 2011, 2015, 2019.

Praticamente vedo i Godspeed You! Black Emperor ogni quattro anni. Le mie Olimpiadi.

Terza volta con i ragazzotti di Montreal (in realtà con Efrim, Sophie e qualche altro ci eravamo visti altre due volte, sotto le sembianze degli A Silver Mt Zion, anni addietro) e come la prima volta all’Estragon, l’apertura è dedicata ad un sax solo.

Allora era stato Colin Stetson, questa volta ad accogliere il pubblico, davvero numerosissimo per altro, Mette Rasmussen, danese, biondissima che pare avere buona presa sugli astanti, per quanto ammetta di faticare (lei di sicuro a metterci tutto quel fiato) oltremodo a seguire quel tipo di sfuriate free jazz/avantgarde/experimental, insomma quella cosa lì.

Ad ogni modo il mio stato psico fisico nelle ultime settimane è un po’ minato da fattori esterni, niente di serio o irreparabile, ma c’è un gran bisogno di pensare ad altro, fare altro, di estraniarsi e straniarsi per un po’, e questa data di uno dei gruppi a cui sono più grato (per tutto) mi sembra una splendida occasione. E poi i concerti infrasettimanali in zona mi piacciono, quando puoi partire con la prole già a letto e chi se ne frega della pioggia e chi se ne frega della sveglia di domani mattina.

Prima volta all’Hall, me lo immaginavo più piccolo e mentalmente ero già predisposto ad un paio d’ore in modalità “packed like sardines”, che poi sono pesci piuttosto in auge ultimamente, e non per merito/causa dei Radiohead.

Invece gli spazi decisamente ampi mi invogliano ad inoltrarmi avanti, in mezzo alla gente, in mezzo ai miei simili (relativamente all’altezza), quando ovviamente arriva Manute Bol coi capelli di Fellaini, suo amico di poco più basso e la di lui fidanzata, che non era alta, ma che si è fatta praticamente due ore di limone durissimo che voglio dire, stai in fondo, hai la tua intimità, puoi spingerti anche oltre, visto che sembravano entrambi smaniare altro, e soprattutto eviti di spaccare le palle a chi ti sta attorno.

Ma vabbè, veniamo al concerto, che nonostante i due infoiati è stato meraviglioso.

La situazione sul palco è la medesima del 2015, ovvero Philippe Leonard, un visual artist, che da fondo sala, con delle pellicole e delle videocamere, proietta su di un fondale bianco dei video spesso in bianco e nero, più o meno in loop. Poi luci gialle, fisse e soffuse e gli otto Godspeed, quasi a semicerchio, a completare il quadro.

Se avete avuto il piacere e la fortuna, come me, di vedere almeno una volta i Dillinger Escape Plan dal vivo, immaginate l’esatto opposto, ma diametralmente proprio, l’antipodo, per quanto riguarda la mobilità e la vivacità. Statici. Immobili. Contemplativi. Sarebbe interessante fare un video in time lapse del palco, per vedere quanto poco cambiano le immagini nelle due ore di concerto.

Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia escono per primi gli archi, ovvero il violino di Sophie Trudeau e Thierry Amar al contrabbasso, il quale lo alternerà al cugino elettrico. Ecco, Thierry ha vinto per distacco il premio assegnato a chi faceva più movimenti, con 23, ed è, scherzi a parte, anche colui che funge un po’ da direttore d’orchestra, interagendo spesso con la batteria, Aidan Girt o Timothy Herzog, a seconda dei momenti.

Si parte con un lento, sommesso intro in bilico tra noise e drone; sul lato destro del palco, accanto a Sophie e Thierry, si sistema, seduto sulla sua sedia David Bryant che con un e-bow (o qualcosa di simile) e la chitarra si accoda al flusso. Dall’altro lato le altre due chitarre, ovvero Mike Moya e il sempre più riccioluto e altrettanto seduto Efrim Menuck. Quasi centrale Mauro Pezzente al basso. Gli otto sono disposti a semicerchio e praticamente nessuno, esclusa la batteria centrale, è rivolto al pubblico.

Perché è giusto dirsele le cose: i Godspeed You! Black Emperor non suonano per il pubblico, suonano per loro stessi. Questo è. E va benissimo così sia chiaro.

Non un cenno, non un grazie, non un movimento; ogni volta che iniziano a suonare vengono trasportati in blocco in una bolla, in un uno spazio (e tempo) altro, dove ci sono loro e la loro musica.

E la fatica di seguirli è tutta sulle spalle dell’ascoltatore. Se ha voglia di sforzarsi. E credetemi, ne vale la pena, ne vale tantissimo la pena.

Un applauso convinto e qualche urlo dal pubblico accoglie le prime note di Bosses Hang, splendida per tutta la durata, mentre il mio applauso più convinto va però all’esecuzione di Undoing Luciferian Towers, solenne ed impetuosa.

Ad accentuare l’impressione di cui scrivevo prima, ovvero che a Efrim e compagnia del pubblico interessi poco, basti pensare che ad un certo punto salgono sul palco sia Mette Rasmussen che un altro sassofonista (perdono ma non so chi fosse) che si posizionano tra Moya e Bryant, di fronte alla batteria, chiudendo praticamente il cerchio e voltando le spalle al pubblico per tutti i 20 minuti buoni del brano. 20 minuti di straordinaria bellezza, va detto, che amplificano, se possibile, l’amore sconfinato che ho per questa band, e per questo genere.

Perché i Godspeed, a differenza di altri simili, penso ai Mogwai, o agli Explosions In The Sky per citare i più famosi, sono molto meno chitarristici, nel senso di poggiare i brani e le melodie sulle chitarre. Qui le sei corde volano alte, altissime, stridono e squassano, più che riempire vuoti squarciano le tele, e lo fanno per minuti e minuti, senza sosta, sfiancando e stremando noi, ascoltatori devoti e predisposti, quando non intenti a limonare.

Quando parte Moya guardo l’orologio e penso “mmm, che strano, un po’ prestino per calare già il carico pesante per la chiusura”, ed infatti la chicca è appena dopo, quando parte il sample di “Blaise Bailey Finnegan III”, che introduce BBF3, il lato B di “Slow Riot for New Zero Kanada”, il mio primo vinile dei Godspeed, comprato in Canada quasi vent’anni fa.

Me ne vado nel bel mezzo del pezzo, perché sono coerente, e non ho mai visto un concerto dei Godspeed fino alla fine. E perché sono stanco. Fisicamente e mentalmente. Ma anche stasera sono arrivato a vedere le stelle. Mai viste così luminose, malgrado la pioggia.

37, and counting…

Dovrò aspettare trentaquattro anni prima che mi riaccada, mentre ne sono passati solo sei dall’ultima volta. Intendo prima di entrare in un anno che sia primo e permutabile. Vale a dire che permutando le cifre che lo compongono ciò che ottieni sarà di nuovo un numero primo. 37 e 73. L’ultima volta quando ne avevo 31. Riaccadrà nel 2053, quando ne avrò 71. Di anni.

Oggi ne compio 37. Mi sto ufficialmente affacciando ai quaranta. Non posso più nascondermi.

Ci tengo a precisare comunque che mi piace il 37, innanzitutto perché è dispari. E primo. Però al di là di questo non ha molto da offrire, rispetto ad altri numeri coi quali mi sono intrattenuto in passato, tipo il 5, il 36, il 17… certo, è un primo supersingolare, che non so minimamente cosa significhi, ed ho anche provato a capirci qualcosa, ma poi mi sono imbattuto nel termine gruppo mostro ed ho desistito… è il numero atomico del rubidio, che utilizzano tipo per fare le fotocellule, o per vetri speciali, ma soprattutto era il minimo sindacale per mostrare il termometro alla mamma e saltare scuola a piè pari. Maledetto il 36.9, sapeva sempre di beffa, mentre il 37 apriva nuovi orizzonti: grazie a lui sono riuscito a finire GTA 2, per dire. Era il 1999. Avevo 17 anni. Primo permutabile anche lui.

Comunque sia, martedì scorso stavo facendo colazione in cucina, poco prima delle 7, e tra un galletto e l’altro stavo scandagliando Spotify per scegliere cosa ascoltare in treno. È uno dei momenti più importanti della giornata. Non parlo di inzuppare i biscotti ma scegliere cosa ascoltare. Non mi credete?
Io la vedo così. La maggior parte dell’umanità vive la propria esistenza costretta in una routine fatta di momenti, segmenti, che si ripetono serialmente giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ed io non faccio eccezione. La mia routine tipo? Sento la sveglia – mi alzo – mingo – mi vesto – bevo il caffè – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – permango delle ore in ufficio – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – raggiungo nuovamente la mia dimora (dopo di che raramente sono padrone del mio destino, che è saldamente nelle mani di due esseruncoli – temo non esista il termine ma non intendo privarmene – i cui poteri e privilegi sono di gran lunga superiori ai miei).

Ebbene, tra tutti questi singoli momenti alcuni non sono chissà quanto migliorabili, vedi le ore in ufficio, ma altri decisamente sì, ed è su questi che mi sono imposto di intervenire. Mi spiego peggio, per dirla alla Bergonzoni: la nostra giornata y è la somma di tutte le situazioni di cui sopra, che saranno a, b, c, d, ecc… per cui a + b + c + … = y. Maggiore il valore di y sarà, più godibile e rimarchevole sarà stata la nostra giornata. E a scuola mi hanno insegnato che aumentando il valore di anche un solo addendo aumenta il risultato della somma. Tutto questo per dire cosa? Che ascoltare il disco giusto quando si è in treno concorrerà in maniera sensibile ad abbellire la tua giornata, così come il disco brutto o sbagliato la peggiorerà inesorabilmente.

Insomma martedì mattina rimugino tra me e me, passo mentalmente le lettere dell’alfabeto, e poi così, dal nulla, l’illuminazione: Gravenhurst. I Gravenhurst erano una band che in realtà era il progetto di una sola persona, Nicholas John Talbot, un po’ come Bon Iver, o Sparklehorse, meglio. Inglesi di Bristol, non li ascoltavo da un sacco di tempo, anni, ed è stata una scelta perfettamente azzeccata, che ben si sposava con la fredda umida nebbiolina di inizio novembre. Salgo in treno sulle note di “The Ice Age”, eccovela:

Nel mentre entro sulla pagina di wikipedia per rinfrescarmi un po’ la memoria e sbam!: “He died aged 37. His cause of death is undisclosed.”
Ecco. Quante probabilità c’erano? Pochissime, invero. E soprattutto che lo scoprissi con nelle orecchie la melodia struggente e le parole disperate, perchè questo sono, di Talbot,

“For she could not know me
For I know not myself
And without understanding
Love isn’t enough”

Per qualche strana deformazione nel ragionamento o collegamento a livello di subconscio mi trovo di lì a poco a scorrere un elenco comprendente persone morte a 37 anni. Perchè poi non c’è dato sapere. Forse perchè non può esistere un elenco di persone vive a 37 anni? Ad ogni modo l’elenco presenta qualche nome di spicco, tipo Van Gogh, o Rimbaud, o Hermann Rorschach, quello delle macchie, ma soprattutto Mitch Hedberg. Se vi piace la stand up comedy, i cosiddetti oneliner, se vi piace Steven Wright (andate a vedervi Wicker Chairs And Gravity, su You Tube c’è, e sottotitolato in italiano), lui sarà il vostro uomo. Beh Mitch Hedberg si è suicidato a 37 anni, overdose mi pare, ed è quanto mai curioso che la sua one liner più famosa, e geniale, sia “I used to do drugs. I still do, but I used to, too”, che tradotta perde il 101% della sua efficacia, quindi non lo farò. Anche se la mia preferita è un’altra:

“My belt holds up my pants and my pants have belt loops that hold up the belt. What the fuck’s really goin on down there? Who is the real hero? “ *

E intanto è scoccata la mezzanotte ed è il 9 novembre, arrivano i primi messaggi di auguri, rileggo qualche riga sopra, penso che il 37 in fin dei conti sia un numero un po’ sfigato, penso che il 9 novembre è anche il compleanno di Biagio Antonacci, che nella mia testa è principalmente quello che ha copiato plagiato citato il video di Luna Viola dei Santo Niente. Il 9 novembre è anche il giorno in cui hanno eletto Trump, e che hanno tirato giù il muro a Berlino. Io a Berlino ci dovrò andare, fra 87 giorni, a vedere i Tindersticks. Che non hanno niente a che fare col 9 novembre. O con Biagio Antonacci. Ma nel 2003 pubblicavano Waiting for the Moon, il loro sesto disco, che si apre con questa perla, e non sto nemmeno qui a dirvi quanti anni aveva Stuart Staples, il cantante, in quell’anno:

“Wake me up ‘cause I’m dreaming
Well, they’ll never believe it
So hush now, my baby, please don’t cry
Everything’s gonna be alright
Hush now, darling, I can hear you’re screaming
Let me hold you until the morning comes”

* la mia cintura sorregge i miei pantaloni, ma i passanti dei pantaloni sorreggono la cintura. Non capisco cosa diavolo stia accadendo lì sotto. Chi è il vero eroe?