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Mourning [A] BLKstar – “The Cycle”

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 15/05/2020

Niente inganni, niente trucchi. È andata esattamente così.

Mi stavo apprestando ad uscire per la mia consueta corsetta e ricevuto un pacco all’ultimo momento dal partner di sudata, per darmi un po’ più di coraggio e vincere le possibili resistenze e le alternative certamente più allettanti che la mia psiche avrebbe sicuramente tentato di propormi, avevo optato per gli auricolari a farmi compagnia. Avevo già stabilito che avrei ascoltato i Fontaines D.C., perché Dogrel aveva la durata perfetta per il giro in programma (già testato, se non ci sono intoppi apro il cancello di casa a metà Dublin City Sky). Sta di fatto che mi ero appena cambiato, un’ultima scorsa al feed di Twitter, più per consuetudine che per reale necessità, quando avevo incrociato il tweet che come fai ad ignorare e più o meno recitava “Uscito oggi The Cycle. Disco dell’anno. Punto”. Per curiosità controllo se esisteva questo nome a me totalmente ignoto su Spotify, ed in effetti c’era: Mourning [A] BLKstar.

Senza pensarci troppo su premo play e parto. Totalmente alla cieca. Precisazioni doverose: non avevo mai, mai sentito nominare questo nome, non sapevo che genere facessero (o facesse?), non sapevo da dove fossero (fosse), il nulla. E l’aspetto ancor più peculiare di tutta questa storia è che mentre scrivo queste righe sono nella stessa medesima situazione di cui sopra. Questo giro di proposito. Prima volta che mi capita nella mia gloriosa (rotfl) ultradecennale (lol) carriera (wtf) di recensore musicale di ascoltare e successivamente scrivere di un disco senza avere un minimo di contesto, due coordinate in croce, una mezza riga di biografia. A tal proposito ho sempre trovato assolutamente stimolante per possibili interminabili discussioni il passaggio di un disco dei Uochi TokiLibro Audio, quando su L’Osservatore, L’Osservatore PrimoNapo enuncia “Non m’interessano i contesti sociali dai quali i gruppi musicali provengono, a meno che non si tratti di alieni, navi spaziali od antichi guerrieri più o meno medievali”. Ve l’ho buttata là intanto, poi un giorno magari ci torniamo.

Torniamo a me e alla mia corsa. Saranno gli auricolari di buona qualità, sarà che sto attraversando una sperduta stradina ai cui lati si distendono ettari di frumento ed altre non meglio identificate colture, sarà che a 4.50 al chilometro le difese si fanno più labili (ebbene sì, sono tornato sotto i 5 al chilometro) ma ci metto davvero poco a farmi ipnotizzare, forse trenta secondi e mi trovo a correre a Bristol con “3D” Del Naja e Beth Gibbons, che non sapevo corresse, e approfitto per dirle che mi innamoro di lei ogni qual volta la vedo fumare durante Glory Box su Roseland NYC Live. Passa poco e una traversata oltreoceano mi catapulta a Brooklyn, dove ad attendermi trovo Tunde Adebimpe e Kyp Malone, per poi spostarmi ancora verso ovest, destinazione Cincinnati, ospiti di YoniAdam e David e poi ancora più in là, verso la San Diego di Sumach Ecks

Sono queste le coordinate entro le quali si colloca questo The Cycle (ah, la copertina non ricorda tantissimo quella di Jane Doe, dei Converge?) il trip hop di matrice bristoliana targato Massive Attack e Portishead, le sfumature black dei primi TV On The Radio, il sommesso incedere dei Clouddead, il mood straniante, fuori fuoco, polveroso di Gonjasufi. Il tutto accompagnato da ottoni che suonano un peculiare klezmer sotto ketamina mentre ammiccano senza troppa timidezza in direzione DetroitGrand Boulevard, citofonare Motown. O se volete un riferimento più recente alcuni passaggi dei The Roots.

Raggiungo la dimora sugli acuti irreali di So Young So, il tempo di una doccia e riprendo a lavorare (meraviglie dello smart working) in attesa della cena, e contestualmente riprendo l’ascolto. E non scende di livello, non perde un colpo nemmeno a cercarlo. Ecco, ascoltare questi Mourning [A] BLKstar ti lascia lo stesso senso di ammirazione (o invidia?) che provavi da bambino, quando avevi l’amico fortissimo a giocare a calcio, ma quando te lo trovavi a giocare a basket era ancora meglio, per non parlare di quando si metteva a sciare, snowboard o sci non faceva differenza. Questi stronzi fanno bene tutto (volevo scrivere dannatamente bene, come nei migliori doppiaggi italiani), qualsiasi vestito decidano di mettersi lo indossano alla perfezione, e la loro camminata rimane assolutamente inconfondibile; sono eclettici, liberi, e pieni di idee.

Ed ora, mentre in sottofondo scorrono le note di 4 Days (al minuto 5.40 quell’ipnotico passaggio dispari voce / pianoforte mi muove quasi alle lacrime), brano di chiusura di questo enorme lavoro, e non solo per i quasi 70 minuti di durata, eccovi le informazioni di cui vi sono debitore, ma che potete tranquillamente bypassare qualora la pensaste come il caro Napo: i Mourning [A] BLKstar più che una band nel senso stretto del termine sono un collettivo, di stanza a Cleveland, che ruota attorno alla figura di Ra Washington, il quale pare abbia portato dodici abbozzi di canzone in sala prove e tutti i musicisti abbiano creato e arrangiato le loro parti direttamente sul posto (delle altre sei non c’è dato sapere). Il numero dei membri varia, a vedere le foto dallo splendido loro sito e le varie line up accreditate. Ad oggi sembra siano in otto, abbiano tre cantanti e nessun bassista. Ed una bio che potrebbe rimettere tutto in discussione. O forse no:

We are a multi-generational, gender and genre non-conforming amalgam of Black Culture dedicated to servicing the stories and songs of the apocalyptic diaspora.

Waxahatchee “Saint Cloud” (Merge Records, 2020)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 27/03/2020

Waxahatchee “Saint Cloud” (Merge Records, 2020)

Waxahatchee, che è l’ultimo progetto in ordine cronologico di Katie Crutchfield, deve il suo nome a Waxahatchee Creek, situata negli Stati Uniti, precisamente in Alabama. Se cercate informazioni su questo Waxahatchee Creek, ad esempio su wikipedia per comodità, oltre alle tre righe di contestualizzazione, troverete poco altro, ma che è più o meno (più meno che più) noto per essere zona nella quale vive la Leptoxis Ampla, una specie di lumaca d’acqua dolce, a rischio estinzione, e che ha trovato il suo habitat ideale principalmente appunto in Alabama.

Sulla Leptoxis Ampla potrei star qui a parlare profusamente ma non mi pare né il luogo né il momento adatto, per cui tenderei a concentrarmi su Saint Cloud, ultima uscita sulla lunga distanza (madonna come mi piace sta espressione) di Waxahatchee, sempre per la Merge Records e che segue a distanza di tre anni Out in the Storm. E anticipazione, probabilmente è il mio disco dell’anno, al 27 marzo 2020. Quindi giudizio parziale ma non mi esponevo in maniera così decisa da anni, forse dal 2015 con At Least For Now.

Anziché fuori in mezzo al temporale, riprendendo il titolo dell’ultimo disco, con questo Saint Cloud Katie Crutchfield sembra essere uscita dal temporale, a sentire come suona (bene) già dall’iniziale Oxbow; messe forse temporaneamente da parte le distorsioni e gli echi pseudo punk simil grunge del passato ci troviamo immersi in sonorità quasi soul, dalle parti della Macy Gray di The Id, quando non più spiccatamente in territori americana, quel country che fanno principalmente loro, gli americani. Waxahatchee ci mette sopra una freschezza ed un’irresistibile necessità di usare la voce, giocarci, passare dal falsetto (Can’t Do Much ha degli splendidi echi della Abigail Washburn di City Of Refugee) ad una sorta di indietronica che quasi ti pare di sentirci i Postal Service (Fire).

Lo stato di grazia compositiva della Crutchfield non conosce soste né tentennamenti, è un continuo sorprendersi per una partenza dylaniana (Lilacs) o per la dolcezza di una The Eye che risulta tanto semplice quanto efficace. E siamo solo a metà disco.

L’enigmatica Hell, col suo testo in bilico tra amore e inferno ci porta a Witches, nella quale Katie ci parla delle sue tre migliori amiche, nominandole lungo il brano: la ballerina Marlee GraceLindsey Jordam (a.k.a. Snail Mail) e la sorella, Allison Crutchfield, con lei nei P.S. Eliot. E lo fa in maniera tutt’altro che convenzionale, ma al termine di un vero e proprio labor limae, soppesando le parole e scegliendole con cura, creando immagini, per colorare, dipingere sfumature, ritrarre con una vivida naturalezza.

In Arkadelphia c’è spazio per scavare nella memoria, tra ricordi che tornano a galla e coi quali non si è mai fatto pace, poggiati su di una malinconica, struggente melodia, Ruby Falls scorre via, con la sua cadenza fatta di Hammond e batteria, per portarci in fondo, a quella che è la vetta del disco, e forse di tutto quanto la mente di Katie Crutchfield abbia partorito fino ad ora.

St. Cloud si muove tra sparuti accordi di chitarra, poco altro, è la voce a prendersi tutta la scena, torna l’immagine del vestito bianco, “And I Might Show Up In A Wight Dress”, come nell’iniziale Oxbow, un potentissimo “If the dead just go on living / Well there’s nothing left to fear”, ci si sposta tra ombre e luci che scandiscono un ritorno, forse uno svanire. Finisce il brano e in automatico lo faccio ripartire, come un automa, voglio perdermi anche io tornando a casa a Saint Cloud, voglio bruciare lentamente anche io, voglio sentire all’infinito quel “when I go, oh when I go”, voglio provare questa alienante, curiosa, spiazzante, meravigliosa sensazione di perdizione e fine, confortato dai toni caldi e rassicuranti di una voce divina. E se serve, versare qualche lacrima.

Califone “Echo Mine” (Jealous Butcher Records, 2020)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 21/02/2020

Un nuovo album dei Califone è sempre e comunque una splendida notizia.

Provenienti da Chicago e attivi dal 1997 (dopo la dipartita dei sensazionali Red Red Meat), per questo ottavo lavoro sulla lunga distanza, in formazione “a tre”, con Ben MassarellaBrian Deck ed ovviamente sua eminenza Temistocles Hugo Rutili (per gli amici Tim), i Califone ci consegnano un disco che ci ricorda, semmai in questi sette anni di quasi silenzio ci fosse venuto qualche dubbio, che siamo di fronte a dei fuoriclasse. Punto.

Vi basteranno poco più di 60 secondi per concordare con me, un’intro di chitarra, qualche manipolazione, e poi l’inconfondibile incedere califoniano (non manca una erre, sia chiaro), una spruzzatina di slide guitar, quel pseudo blues strascicato, e la voce di Rutili a trascinarsi (e trascinarci) da vent’anni e più. Siamo sempre nei territori cari ad Heron King Blues, ma si sconfina spesso, senza pudore e senza remore, già con il ritmo folle (per gli standard compassati dei nostri, s’intende) di Bandicoot, con sfuriate di Hammond e divagazioni decisamente colorite. 

La successiva, mirabile, Night Gallery/Projector, in maniera del tutto inaspettata ma perfettamente naturale, evolve in un finale quasi “kosmik”, per lasciare il passo alla strumentale Howard St & The Beach Nov 1988 After 11, dove è Ben Massarella e le sue percussioni a tenere la rotta prima di accompagnarsi all’organo verso il finale. Si sperimenta ancora, come in Carlton Says: Find it. It’s Still There con l’apparizione di una registrazione di una voce femminile, o nella minimale Flawed Gtr.

I quasi sette minuti di Echo Mine, il brano che dà il nome al disco, sono tra i più ispirati dell’intero disco, e costituiscono davvero la perfetta fotografia di quello che i Califone rappresentano, l’incedere lento, cadenzato, uno tappeto sonoro ora scarno, ora più intrecciato, la melodia incerta che si intreccia ad intromissioni rumoreggianti, e la voce di Tim a suggellare un piccolo miracolo.

I Califone hanno deciso di tenersi i botti alla fine, pare di capire; Snow Angel V1 è una gemma chitarra e voce, che in certi passaggi mi ricorda i 16 Horsepower di Sackcloth ‘n’ Ashes, con un coro a far capolino e a rendere tutto più struggente. By the Time the Starlight Reaches Our Eyes pare citare certi momenti del Tom Waits di Bone Machine, per poi espandersi e dilatarsi in un lungo crescendo strumentale.

I titoli di coda giungono con Snow Angel V2, versione “elettrica”, chitarra + basso + batteria di Snow Angel V1, che in questa veste diventa quasi una ballad in salsa Califone.

Gran bel disco questo Echo Mine che ci regala dei Califone ancora in piena fase creativa, a rimarcare che l’universo creato da Tim Rutili e compagnia, già sconfinato, è ancora in espansione.

Per aspera, Ad Astra. Godspeed You! Black Emperor @ Hall, 19/11/2019

3219 giorni fa la prima volta. 1466 l’ultima. 2011, 2015, 2019.

Praticamente vedo i Godspeed You! Black Emperor ogni quattro anni. Le mie Olimpiadi.

Terza volta con i ragazzotti di Montreal (in realtà con Efrim, Sophie e qualche altro ci eravamo visti altre due volte, sotto le sembianze degli A Silver Mt Zion, anni addietro) e come la prima volta all’Estragon, l’apertura è dedicata ad un sax solo.

Allora era stato Colin Stetson, questa volta ad accogliere il pubblico, davvero numerosissimo per altro, Mette Rasmussen, danese, biondissima che pare avere buona presa sugli astanti, per quanto ammetta di faticare (lei di sicuro a metterci tutto quel fiato) oltremodo a seguire quel tipo di sfuriate free jazz/avantgarde/experimental, insomma quella cosa lì.

Ad ogni modo il mio stato psico fisico nelle ultime settimane è un po’ minato da fattori esterni, niente di serio o irreparabile, ma c’è un gran bisogno di pensare ad altro, fare altro, di estraniarsi e straniarsi per un po’, e questa data di uno dei gruppi a cui sono più grato (per tutto) mi sembra una splendida occasione. E poi i concerti infrasettimanali in zona mi piacciono, quando puoi partire con la prole già a letto e chi se ne frega della pioggia e chi se ne frega della sveglia di domani mattina.

Prima volta all’Hall, me lo immaginavo più piccolo e mentalmente ero già predisposto ad un paio d’ore in modalità “packed like sardines”, che poi sono pesci piuttosto in auge ultimamente, e non per merito/causa dei Radiohead.

Invece gli spazi decisamente ampi mi invogliano ad inoltrarmi avanti, in mezzo alla gente, in mezzo ai miei simili (relativamente all’altezza), quando ovviamente arriva Manute Bol coi capelli di Fellaini, suo amico di poco più basso e la di lui fidanzata, che non era alta, ma che si è fatta praticamente due ore di limone durissimo che voglio dire, stai in fondo, hai la tua intimità, puoi spingerti anche oltre, visto che sembravano entrambi smaniare altro, e soprattutto eviti di spaccare le palle a chi ti sta attorno.

Ma vabbè, veniamo al concerto, che nonostante i due infoiati è stato meraviglioso.

La situazione sul palco è la medesima del 2015, ovvero Philippe Leonard, un visual artist, che da fondo sala, con delle pellicole e delle videocamere, proietta su di un fondale bianco dei video spesso in bianco e nero, più o meno in loop. Poi luci gialle, fisse e soffuse e gli otto Godspeed, quasi a semicerchio, a completare il quadro.

Se avete avuto il piacere e la fortuna, come me, di vedere almeno una volta i Dillinger Escape Plan dal vivo, immaginate l’esatto opposto, ma diametralmente proprio, l’antipodo, per quanto riguarda la mobilità e la vivacità. Statici. Immobili. Contemplativi. Sarebbe interessante fare un video in time lapse del palco, per vedere quanto poco cambiano le immagini nelle due ore di concerto.

Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia escono per primi gli archi, ovvero il violino di Sophie Trudeau e Thierry Amar al contrabbasso, il quale lo alternerà al cugino elettrico. Ecco, Thierry ha vinto per distacco il premio assegnato a chi faceva più movimenti, con 23, ed è, scherzi a parte, anche colui che funge un po’ da direttore d’orchestra, interagendo spesso con la batteria, Aidan Girt o Timothy Herzog, a seconda dei momenti.

Si parte con un lento, sommesso intro in bilico tra noise e drone; sul lato destro del palco, accanto a Sophie e Thierry, si sistema, seduto sulla sua sedia David Bryant che con un e-bow (o qualcosa di simile) e la chitarra si accoda al flusso. Dall’altro lato le altre due chitarre, ovvero Mike Moya e il sempre più riccioluto e altrettanto seduto Efrim Menuck. Quasi centrale Mauro Pezzente al basso. Gli otto sono disposti a semicerchio e praticamente nessuno, esclusa la batteria centrale, è rivolto al pubblico.

Perché è giusto dirsele le cose: i Godspeed You! Black Emperor non suonano per il pubblico, suonano per loro stessi. Questo è. E va benissimo così sia chiaro.

Non un cenno, non un grazie, non un movimento; ogni volta che iniziano a suonare vengono trasportati in blocco in una bolla, in un uno spazio (e tempo) altro, dove ci sono loro e la loro musica.

E la fatica di seguirli è tutta sulle spalle dell’ascoltatore. Se ha voglia di sforzarsi. E credetemi, ne vale la pena, ne vale tantissimo la pena.

Un applauso convinto e qualche urlo dal pubblico accoglie le prime note di Bosses Hang, splendida per tutta la durata, mentre il mio applauso più convinto va però all’esecuzione di Undoing Luciferian Towers, solenne ed impetuosa.

Ad accentuare l’impressione di cui scrivevo prima, ovvero che a Efrim e compagnia del pubblico interessi poco, basti pensare che ad un certo punto salgono sul palco sia Mette Rasmussen che un altro sassofonista (perdono ma non so chi fosse) che si posizionano tra Moya e Bryant, di fronte alla batteria, chiudendo praticamente il cerchio e voltando le spalle al pubblico per tutti i 20 minuti buoni del brano. 20 minuti di straordinaria bellezza, va detto, che amplificano, se possibile, l’amore sconfinato che ho per questa band, e per questo genere.

Perché i Godspeed, a differenza di altri simili, penso ai Mogwai, o agli Explosions In The Sky per citare i più famosi, sono molto meno chitarristici, nel senso di poggiare i brani e le melodie sulle chitarre. Qui le sei corde volano alte, altissime, stridono e squassano, più che riempire vuoti squarciano le tele, e lo fanno per minuti e minuti, senza sosta, sfiancando e stremando noi, ascoltatori devoti e predisposti, quando non intenti a limonare.

Quando parte Moya guardo l’orologio e penso “mmm, che strano, un po’ prestino per calare già il carico pesante per la chiusura”, ed infatti la chicca è appena dopo, quando parte il sample di “Blaise Bailey Finnegan III”, che introduce BBF3, il lato B di “Slow Riot for New Zero Kanada”, il mio primo vinile dei Godspeed, comprato in Canada quasi vent’anni fa.

Me ne vado nel bel mezzo del pezzo, perché sono coerente, e non ho mai visto un concerto dei Godspeed fino alla fine. E perché sono stanco. Fisicamente e mentalmente. Ma anche stasera sono arrivato a vedere le stelle. Mai viste così luminose, malgrado la pioggia.