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Tindersticks @ Philharmonie, 04/02/2020, Berlino (DE)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 07/02/2020

“Non ho mai pensato che nella vita, per procedere, bisognasse necessariamente andare in linea retta”.

La dice Marco Paolini, ne Il Milione. La faccio mia, per oggi, perchè seguire un’unica direzione, un filo (immaginario o meno), per raccontare cosa è stato il live dei Tindersticks alla Philharmonie Berlin, mi risulta davvero difficile. 

Ci sono diversi piani di lettura, diversi aspetti, alcuni più rilevanti di altri, diversi punti di vista, come se tenessi in mano un poliedro irregolare, un diamante, e ruotandolo nella mano ci guardassi attraverso da ogni faccia, ognuna diversa dall’altra.

Arrivo a Berlino il giorno precedente al concerto, in compagnia di una coppia di amici e della mia signora, e siamo tutti e quattro eccezionalmente, per la prima volta, senza prole (rimasta a testare i nonni sulla distanza delle 48 ore. Spoiler: prova brillantemente superata). Trascorriamo la giornata in giro per la città, tra l’East Side Gallery, il Memoriale per gli ebrei, il Museo Ebraico, combattendo contro un vento tagliente che non dà un attimo di tregua. Anzi, verso le 19, mentre a piedi risaliamo Postdamer Straße in direzione Philharmonie, si aggiungono delle fine gocce di pioggia fredda, a rendere il tutto più invernale e complicato.

Ad ogni modo guadagniamo l’ingresso e nemmeno troppo timorosi cominciamo a dare uno sguardo intorno. Il foyer è già piuttosto affollato e praticamente ogni persona sta sorseggiando del vino bianco da un piccolo calice o della classica birra, qualcuno addenta un Brezel. Butto una furtiva occhiata al listino prezzi e penso che tutto sommato l’acqua che ho nella mia bottiglietta non è poi male. 

Poco dopo le 19:30 viene aperta anche la sala concerti e impaziente raggiungo il mio posto. E la meraviglia. Davvero. Nelle settimane scorse avevo letto diversi articoli e spiegazioni circa l’architettura della Philharmonie, nella quale ogni singolo dettaglio, ogni particolare, ogni elemento risulta funzionale alla resa acustica dell’esecuzione. Dal legno degli schienali delle poltrone (kambala), alle 136 piramidi appese al soffitto che hanno lo scopo di assorbire i bassi, agli elementi sopra il palco che prevengono la dissipazione del suono e ad altre nozioni delle quali capisco poco ma che affascinano molto.

La sala si riempie piuttosto rapidamente e poco dopo le 20, abbassatesi le luci, i cinque Tindersticks, tutti vestiti di scuro, sulle note di A Street Walker’s Carol, raggiungono il palco.

I tre superstiti membri originali della band, Staples al centro, Neil Fraser alla chitarra a destra, David Boutler alle tastiere, xilofono (e piattini) a sinistra, Dan McKinna al basso e l’americano Earl Harvin (mio MVP) alla batteria e percussioni.

Prima piccola doverosa digressione: il mio primo contatto con i Tindersticks, inglesi, attivi dal 1991, risale ai primi anni 2000. Non ricordo di preciso l’anno, ma ero nel periodo in cui acquistavo dischi con una certa assiduità ed avevo l’usanza, insieme ad un paio di amici, di comprarne, di tanto in tanto, di artisti sconosciuti, fidandoci esclusivamente della copertina. La mia scelta quel dì, pescando dallo scaffale delle offerte, cadde su Can Our Love.., che ancora oggi rimane uno dei dischi con la copertina più brutta di tutti i tempi (a parer mio s’intende).

Fu amore, immediato e totalizzante. E duraturo, se a distanza di vent’anni sono disposto a farmi 1043 km (secondo Google Maps) per vederli dal vivo. Le atmosfere notturne, No Man In The World, la voce baritonale, nasale, di Stuart A. Staples. E soprattutto le copertine. Dio mio le copertine. Qualche settimana più tardi acquistai anche Curtains il loro terzo disco, l’omonimo debutto e l’omonimo secondo disco (già, il primo e il secondo album dei Tindersticks si intitolano entrambi Tindersticks). Questi quattro dischi (ma anche alcuni successivi) hanno una peculiarità: la bellezza della loro musica è inversamente proporzionale alla bellezza della loro copertina. O direttamente proporzionale alla bruttezza. Insomma, per capirsi, sono dischi meravigliosi con un artwork alquanto discutibile. Ecco.

Si parte con Before You Close Your Eyes, con Stuart A. Staples, frontman e attore principale, ad ondeggiare dolcemente nel mezzo, prima di avvicinarsi al microfono per deliziare la platea adorante con la sua inconfondibile voce, e quel disperato, dimesso I never cry for our love/I never cry

Una delle prime sensazioni che provo, superato l’iniziale momento di sopraffazione emotiva e conseguente azzeramento delle facoltà cognitive, è la qualità dell’esecuzione. Voi direte “eh, grazie, sei solamente in una delle sale da concerto migliori al mondo!”; vero, però c’è dell’altro. C’è di più. E ne ho la riprova quando parte How He Entered, direttamente da The Waiting Room, un recitativo con una metrica non convenzionale, ovvero che fugge dal canonico 4/4. La narrazione di Staples poggia su una trama più scarna della versione su disco, che guadagna in espressività e funge da incontrovertibile banco di prova, senza appello, per la band, che ne esce in maniera sontuosa: di fronte ad un irreale devoto silenzio, su di un palco che non permette la minima sbavatura, che ti permette di riconoscere indistintamente un tocco di piattini (quelli da dita per intenderci) in mezzo a due chitarre, un basso, una batteria e il piano, non puoi fingere, non puoi nemmeno nasconderti, e la grandezza dell’esibizione dei Tindersticks risiede proprio (anche) lì, ovvero nella destrezza del gestire il piano ed il forte, di dilatare gli spazi e serrarli, di elevare il loro “pop notturno” a livelli d’eccellenza e raffinatezza (Willow, la conclusiva For The Beauty, tra le molte).

La scaletta, come logica vorrebbe, verte per quasi la metà sull’ultimo No Treasure But Hope, alla quale si alternano brani che coprono quasi totalmente la discografia della band. E faccio una seconda piccola digressione: delle mie ipotizziamo quindici canzoni preferite dei Tindersticks, se dovessi stilare un elenco, non ne è stata fatta nemmeno una; quindi esatto, niente Tiny TearsUntil The Morning ComesWe Are Dreamers, la già citata No Man In The WorldDying Slowly. Sì, hanno fatto A Night In, e Pinky In The Daylight, però che bello quando un artista non diventa vittima (o succube) del volere popolare, del bambino viziato, e anzi porta il pubblico fuori dalla cosiddetta comfort zone. È lì che la musica aggiunge valore, diventa educativa, diventa arricchente. È lì che si espandono gli orizzonti. 

È lì che voglio stare.

L’ha detto meglio di tutti Edward Morgan Forster: Spoon feeding in the long run teaches nothing but the length of the spoon.

Staples e soci si congedano con una magnifica A Night So Still, ennesimo suggello ad una vera e propria lectio magistralis musicale, misurata ma non pigra, elegante senza essere mai boriosa, alta ma mai altezzosa. Si alzano le luci e mi alzo in piedi assieme a tutto il resto del pubblico per tributare il giusto riconoscimento ad una band a cui devo molto e che stasera mi ha fatto sentire un privilegiato.

Per aspera, Ad Astra. Godspeed You! Black Emperor @ Hall, 19/11/2019

3219 giorni fa la prima volta. 1466 l’ultima. 2011, 2015, 2019.

Praticamente vedo i Godspeed You! Black Emperor ogni quattro anni. Le mie Olimpiadi.

Terza volta con i ragazzotti di Montreal (in realtà con Efrim, Sophie e qualche altro ci eravamo visti altre due volte, sotto le sembianze degli A Silver Mt Zion, anni addietro) e come la prima volta all’Estragon, l’apertura è dedicata ad un sax solo.

Allora era stato Colin Stetson, questa volta ad accogliere il pubblico, davvero numerosissimo per altro, Mette Rasmussen, danese, biondissima che pare avere buona presa sugli astanti, per quanto ammetta di faticare (lei di sicuro a metterci tutto quel fiato) oltremodo a seguire quel tipo di sfuriate free jazz/avantgarde/experimental, insomma quella cosa lì.

Ad ogni modo il mio stato psico fisico nelle ultime settimane è un po’ minato da fattori esterni, niente di serio o irreparabile, ma c’è un gran bisogno di pensare ad altro, fare altro, di estraniarsi e straniarsi per un po’, e questa data di uno dei gruppi a cui sono più grato (per tutto) mi sembra una splendida occasione. E poi i concerti infrasettimanali in zona mi piacciono, quando puoi partire con la prole già a letto e chi se ne frega della pioggia e chi se ne frega della sveglia di domani mattina.

Prima volta all’Hall, me lo immaginavo più piccolo e mentalmente ero già predisposto ad un paio d’ore in modalità “packed like sardines”, che poi sono pesci piuttosto in auge ultimamente, e non per merito/causa dei Radiohead.

Invece gli spazi decisamente ampi mi invogliano ad inoltrarmi avanti, in mezzo alla gente, in mezzo ai miei simili (relativamente all’altezza), quando ovviamente arriva Manute Bol coi capelli di Fellaini, suo amico di poco più basso e la di lui fidanzata, che non era alta, ma che si è fatta praticamente due ore di limone durissimo che voglio dire, stai in fondo, hai la tua intimità, puoi spingerti anche oltre, visto che sembravano entrambi smaniare altro, e soprattutto eviti di spaccare le palle a chi ti sta attorno.

Ma vabbè, veniamo al concerto, che nonostante i due infoiati è stato meraviglioso.

La situazione sul palco è la medesima del 2015, ovvero Philippe Leonard, un visual artist, che da fondo sala, con delle pellicole e delle videocamere, proietta su di un fondale bianco dei video spesso in bianco e nero, più o meno in loop. Poi luci gialle, fisse e soffuse e gli otto Godspeed, quasi a semicerchio, a completare il quadro.

Se avete avuto il piacere e la fortuna, come me, di vedere almeno una volta i Dillinger Escape Plan dal vivo, immaginate l’esatto opposto, ma diametralmente proprio, l’antipodo, per quanto riguarda la mobilità e la vivacità. Statici. Immobili. Contemplativi. Sarebbe interessante fare un video in time lapse del palco, per vedere quanto poco cambiano le immagini nelle due ore di concerto.

Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia escono per primi gli archi, ovvero il violino di Sophie Trudeau e Thierry Amar al contrabbasso, il quale lo alternerà al cugino elettrico. Ecco, Thierry ha vinto per distacco il premio assegnato a chi faceva più movimenti, con 23, ed è, scherzi a parte, anche colui che funge un po’ da direttore d’orchestra, interagendo spesso con la batteria, Aidan Girt o Timothy Herzog, a seconda dei momenti.

Si parte con un lento, sommesso intro in bilico tra noise e drone; sul lato destro del palco, accanto a Sophie e Thierry, si sistema, seduto sulla sua sedia David Bryant che con un e-bow (o qualcosa di simile) e la chitarra si accoda al flusso. Dall’altro lato le altre due chitarre, ovvero Mike Moya e il sempre più riccioluto e altrettanto seduto Efrim Menuck. Quasi centrale Mauro Pezzente al basso. Gli otto sono disposti a semicerchio e praticamente nessuno, esclusa la batteria centrale, è rivolto al pubblico.

Perché è giusto dirsele le cose: i Godspeed You! Black Emperor non suonano per il pubblico, suonano per loro stessi. Questo è. E va benissimo così sia chiaro.

Non un cenno, non un grazie, non un movimento; ogni volta che iniziano a suonare vengono trasportati in blocco in una bolla, in un uno spazio (e tempo) altro, dove ci sono loro e la loro musica.

E la fatica di seguirli è tutta sulle spalle dell’ascoltatore. Se ha voglia di sforzarsi. E credetemi, ne vale la pena, ne vale tantissimo la pena.

Un applauso convinto e qualche urlo dal pubblico accoglie le prime note di Bosses Hang, splendida per tutta la durata, mentre il mio applauso più convinto va però all’esecuzione di Undoing Luciferian Towers, solenne ed impetuosa.

Ad accentuare l’impressione di cui scrivevo prima, ovvero che a Efrim e compagnia del pubblico interessi poco, basti pensare che ad un certo punto salgono sul palco sia Mette Rasmussen che un altro sassofonista (perdono ma non so chi fosse) che si posizionano tra Moya e Bryant, di fronte alla batteria, chiudendo praticamente il cerchio e voltando le spalle al pubblico per tutti i 20 minuti buoni del brano. 20 minuti di straordinaria bellezza, va detto, che amplificano, se possibile, l’amore sconfinato che ho per questa band, e per questo genere.

Perché i Godspeed, a differenza di altri simili, penso ai Mogwai, o agli Explosions In The Sky per citare i più famosi, sono molto meno chitarristici, nel senso di poggiare i brani e le melodie sulle chitarre. Qui le sei corde volano alte, altissime, stridono e squassano, più che riempire vuoti squarciano le tele, e lo fanno per minuti e minuti, senza sosta, sfiancando e stremando noi, ascoltatori devoti e predisposti, quando non intenti a limonare.

Quando parte Moya guardo l’orologio e penso “mmm, che strano, un po’ prestino per calare già il carico pesante per la chiusura”, ed infatti la chicca è appena dopo, quando parte il sample di “Blaise Bailey Finnegan III”, che introduce BBF3, il lato B di “Slow Riot for New Zero Kanada”, il mio primo vinile dei Godspeed, comprato in Canada quasi vent’anni fa.

Me ne vado nel bel mezzo del pezzo, perché sono coerente, e non ho mai visto un concerto dei Godspeed fino alla fine. E perché sono stanco. Fisicamente e mentalmente. Ma anche stasera sono arrivato a vedere le stelle. Mai viste così luminose, malgrado la pioggia.

Benvenuta Anna, scusa il ritardo – Anna Calvi @ Suoni di Marca (TV)

Non so nemmeno da dove iniziare.

Quindi partirei dalla fine. “La fine è il mio inizio” per dirla alla Terzani, e la fine in questo caso sono io, in sella alla mia bicicletta, poco oltre la mezzanotte, immerso nell’oscurità tipica delle stradine di campagna, che pedalo verso casa, canticchiando “Break on Through (To the Other Side)” e chiedendomi per quale motivo proprio i Doors. Nel senso, non li ascolto da tempo, sono di ritorno da un concerto magnifico che con Morrison, Manzarek e compagni non c’entra nulla, non ho parlato praticamente con anima viva per tutta la serata, non ho appigli apparentemente. Vai a capire. Le sinapsi.

Il concerto di cui sono reduce è quello di Anna Calvi.

Ed è stato un concerto strepitoso. Oltre le aspettative. Che pur non erano basse, sia chiaro. Ma nel mio empireo delle cantautrici, assieme alle signore Germano, Marshall, Wright, Harvey, la qui presente Calvi non faceva (ancora) parte.

Com’era quella che solo gli stupidi non cambiano mai opinione? Ecco, più o meno è così.

Ad ogni modo, risalendo controcorrente lo scorrere del tempo, uscendo dall’area palco, incontro Gigio, singolare esemplare di Sapiens Sapiens col quale ho condiviso più di qualche momento, musicale e non, il quale mi esprime il suo sincero stupore nell’aver sentito casualmente per la prima volta tale Anna Calvi. Perché “Suoni di Marca” (si chiama così il festival) è gratuito (e vabbè non mi sembra il luogo e il momento per affrontare un tema a me così caro), motivo per il quale spesso, spessissimo, la stragrande maggioranza dei presenti è lì per una serie interminabile di motivi, ed in fondo alla lista c’è anche, ma non sempre, l’assistere al concerto. Va da sè che il loro comportamento non si confà alla situazione, leggasi rispetto per quei quattro cristi che vogliono ascoltare il concerto e dei loro discorsi urlati farebbero volentieri a meno. Alcuni rari casi, come l’individuo di cui sopra, escono da questa dinamica. Fortunatamente.

Poco male, nemmeno dieci minuti prima Anna esce per l’unico bis del suo live e dopo aver lacerato le corde della sua Fender con il microfono la lancia a terra, s’inchina, saluta e se ne va. Ha appena chiuso il concerto con “Ghost Rider”. Quella dei Suicide.

Ora, io non guardo mai le scalette dei concerti, prima. Mai. Manco sapevo che avesse inciso tale brano diversi anni fa. Ma dopo le prime note, stile “Sarabanda”, volevo quasi dire “la indovino con una!”, perché quel disco l’ho ascoltato in lungo ed in largo, quanto l’ho amato, perché io il 16/01/2004 ero con Tudor in un locale sperduto in provincia di Venezia, forse si chiamava Mithos, a vedere Alan Vega e Martin Rev, o ciò che rimaneva di loro, ed era comunque molto. Non nascondo che, nel mio snobbismo ormai conclamato, il fatto che il pubblico fosse partito col battito di mano a tempo all’attacco di quel pseudo riff principale mi aveva fatto storcere il naso (voglio dire, siamo a New York, nel ’77, non a Campovolo!) ma dura poco, la chitarra prende il sopravvento, acidissima, sporca e cattiva, il testo ossessivo, ripetitivo, “America is killing its youth”, che Alan Vega ne sapeva a pacchi, e mi va bene tutto.

E poi a questo punto del concerto mi già sono innamorato di Anna Calvi almeno una dozzina di volte.

Perché l’ora precedente è caratterizzata da così tanta bellezza che fatico a ricordarla tutta. Anna, che ormai siamo in confidenza, oserei dire intimi, si presenta con una camicetta e pantalone nero, stivaletti bianchi, imbraccia la chitarra, seria, quasi severa. Per i primi dieci minuti di concerto litiga spesso con l’asta del microfono che non rimane in posizione, i volumi inizialmente (un po’ anche dopo a dire il vero, ma non importa) sono orribili e lei sembra accorgersene, ha uno sguardo severo, un ghigno pare (mi immedesimo per un attimo e non vorrei essere il suo roadie, anfibio nero, pantalone attillatissimo con fantasia scozzese nero e verde, ed è subito Londra, 100 Club, 1977), quasi infastidita lascia il centro del palco e si produce in uno dei numerosi passaggi nei quali, occhi al cielo, porta noi tutti con la sua chitarra su vette inaccessibili, grazie ad una tecnica non comune e ad una propensione al suono più sporco, brutto e cattivo che trovo meravigliosa.

Anna ha due arcate sopraccigliari piuttosto prominenti, rossetto rossissimo ed un trucco tendente al nero. L’incidenza dei fari di scena sul suo viso le lasciano pertanto gli occhi totalmente in ombra, ed io che sono a cinque metri dal palco, perfettamente davanti a lei, pian piano che il concerto prosegue non le tolgo lo sguardo di dosso, rapito totalmente, perché so che anche lei sta fissando me, ne sono certo. Mi aspetto che da un momento all’altro, anche nel bel mezzo di una canzone mi faccia un cenno, un saluto, ma niente, forse non vuol far sapere che si sappia in giro. La capisco. Ci conosciamo appena, meglio non correre.

Anna ha una voce spaventosa, che raggiunge picchi degni delle sirene di Ulisse (come scriveva ieri notte il mai banale Ricky Bizzarro) e un attimo dopo sussurra, come in “Wish”, e qui è straordinario il momento, inteso nell’accezione vettoriale proprio, nel quale sul palco lei sussurra piano, piano, sempre più fievolmente “So please don’t you stop me, no don’t you stop me”, e giù dal palco, incredibilmente, nessuno, nessuno fiata, tutti appesi a quel flebile anelito che sta cristallizzando l’aria.

Il prima contiene altre bellezze, come Petterson tecnico di palco che per la prima volta in molti anni vedo con un paio di guanti addosso mentre (finge di) è impegnato a lavorare, o come Giulio Casale, che adoro nella sua veste teatrale più che in quella prettamente musicale (de gustibus…) e che mi ricorda sempre più Gaber, e che mette su un live davvero bello, fisico, in mezzo alla sua gente, e che riceve una maglietta degli Estra dal pubblico e la stende, con grande attenzione e cura sulla spia, e mi strappa un sorriso.

“Buongiorno a voi Lisa, Chan, Shannon, Polly Jean, vi presento Anna. Si fermerà qui per un bel po’ con noi“

Aspetta e spera (i Silverchair a Bologna, partendo da Gigi D’Alessio)

C’è un brano del mio cantante preferito (uno dei…), all’anagrafe Luigi D’Alessio, ma forse lo conoscerete col suo nome d’arte, ovvero Gigi D’Alessio, che s’intitola “Il Primo Amore Non Si Scorda Mai” (perchè poi io abbia sta mania di mettere sempre in maiuscolo le parole che compongono i titoli lo sa solo Dio…) che nel ritornello recita “Il primo amore non si scorda mai / eppure il tempo passa su di noi“.

Bella, no? Top.

Ebbene di recente si festeggiava il ventiquattresimo anniversario della pubblicazione di “Frogstomp“, disco d’esordio degli australiani Silverchair.

I Silverchair sono stati il mio primo amore, musicalmente parlando. Sono stati il gruppo che mi ha aperto le porte del rock’n’roll e al quale devo molto. Se non tutto. Devo a loro, ad esempio, se nel 1997 sono passato da “Mixin’ in Action” con Haddaway, Ace Of Base e da altre improbabili compilation con Corona, La Bouche e compagnia, ad ascoltare alla nausea la musicassetta originale di “Freak Show” (tecnicamente lo devo a Baldi, perchè la cassetta era sua e me l’aveva prestata).

Mi preme chiarire da subito, per coloro i quali la band australiana risulti ad oggi totalmente ignota, che non siamo di fronte ad uno di quei gruppi seminali, epocali, imprescindibili, eccetera. Parliamo di un power trio (chitarra – basso – batteria) che esordì nel ’95 con un disco, “Frogstomp” per l’appunto, che era fondamentalmente un disco grunge, pur con le dovute sfumature del caso. La particolarità se vogliamo stava nel fatto che la formazione allora era composta dal cantante, chitarrista e leader della band Daniel Johns (capello biondo lungo, praticamente un Cobain dell’emisfero sud), il bassista Chris Joannou, il batterista Ben Gillies, i quali, compagni di classe e amici sin da piccoli, nel momento in cui Frogstomp usciva sul mercato avevano qualcosa come 15 anni.

Per cui sì, fu un colpo di fulmine, accecante. Fu grazie a loro fondamentalmente che iniziai ad ascoltare tonnellate di Nirvana, Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Alice In Chains, Soundgarden, andando a ritroso coi Green River, i Mother Love Bone, ma i numi tutelari erano loro. Mi ci volle del tempo per ripristinare un minimo di ordine gerarchico…

Poi giravano dei video, su MTV credo, dei loro live, conditi di pogo selvaggio, gente che si lanciava da alte balaustre direttamente sulla folla, palchi invasi da giovani esagitati. Per me era tutto nuovo, tutta una scoperta. Tutto bellissimo.

Inoltre sapevo suonare l’arpeggio di “Tomorrow” o di “Suicidal Dream“, scoprii il “dropped D tuning“, cantavo a caso i testi delle canzoni (in quegli anni non era così semplice come oggi reperire certe informazioni) ripetendo quello che credevo di capire. Fu così che quando Iena venne a casa mia mostrandomi il cd originale di “Frogstomp” preso a Londra gli dissi che mi piaceva un sacco la canzone “New Mexico“. Non trovandola nella tracklist del disco mi chiese se fossi sicuro si intitolasse così. Scoprimmo poco dopo che in realtà non diceva “New Mexico” ma “Pure Massacre“. Si dia il via alla gogna mediatica. Meritatissima.

Ad inizio ’99 i Silverchair pubblicano “Neon Ballroom“, un disco imponente ed ambizioso, molto più vario e arrangiato dei due precedenti, con Daniel che prova addirittura a rispondere alla “Tonight, Tonight” degli Smashing con “Emotion Sickness“, e quel video bellissimo.

Sta di fatto che arriviamo al fattaccio.

In primavera annunciano a Bologna, all’Arena Parco Nord, la prima edizione dell’Indipendent Day Festival. Headliner Offspring e Joe Strummer e, tra gli altri, per la prima volta nello stivale, i Silverchair.

Si va. Facile.

Quasi.

Mio papà non la vede proprio così: “Mi spiace, non esiste, hai 16 anni, mi sembra prestino. Ci andrai la prossima volta che vengono. Promesso”.

Quando uno ci vede lungo…

I Silverchair finirono il tour, successivamente Daniel Johns decise di fermarsi per un periodo a causa dell’anoressia, tornarono con un disco decisamente brutto (salviamo solo “Without You“, pezzone), poi si sciolsero di nuovo, poi un disco addirittura peggiore, nel frattempo Daniel Johns si sposa con Natalie Imbruglia, poi niente concerti per 6 anni, poi sembra che qualcosa si muova macchè, a maggio del 2011 i Silverchair vanno in “indefinite hibernation“.

Well, that escalated quickly…

Ebbene sì, quello fu l’unico, unico, isole comprese, concerto che Daniel Johns e soci fecero in Italia. A pochi chilometri da casa mia. E io non ci andai.

Daniel Johns, ora che i Silverchair non esistono più, oggi fa qualcosa di simil elettronica. E fa schifo. Si trucca, fa i balletti nei video anche, cristodio! Perchè!

La parabola discendente intrapresa dai Silverchair dopo i primi tre dischi potrebbe farli concorrere per un post sul podio alla categoria “band che da fighissime hanno avuto un peggioramento inarrestabile fino a raggiungere il traguardo di inascoltabili e non aver ancora intenzione di fermarsi“, podio che vede ai primi due gradini Muse e Red Hot Chili Peppers (ci pensate mai che la band che ha creato un disco come “Blood Sugar Sex Magik” ha anche fatto “Stadium Arcadium” contenente quell’abominio di “Snow (Hey Oh)“? Io ci penso di continuo).

Se dovessi oggi fare una lista dei miei dieci artisti o band preferite, probabilmente i Silverchair non li metterei nemmeno, ma non posso ignorare il peso che hanno avuto. Per me ovviamente. Riprendo nuovamente le parole dell’amato cantautore napoletano già marito di Anna Tatangelo, che nella sua celeberrima “Domani” dice quanto vorrei io dire oggi a Daniel, Ben e Chris: “Nel sito dell’amore collegato col mio cuore ho scritto il nome tuo“. Sì, c’è la rima cuore/amore.

Guardami come Jamie Stewart guardava quel piatto.

Belluino, sghembo, dissonante, appassionato, viscerale, magnetico, fragoroso, cacofonico, stridente, ipnotico.

Visto quante parole conosco?

Ne conosco anche altre: matema, abigeato, liceità, acrimonia, per dire… ma queste, a differenza delle sopraelencate, non van bene per inquadrare il concerto degli Xiu Xiu all’Argo 16 l’altra sera. Cioè usatele, usatene in continuo, sfruttate il nostro vocabolario per dio, ma in altri contesti.

Andiamo.

È martedì sera, c’è un dannato vento freddo di quelli che dan più fastidio, perché vedi poco più in là la primavera incipiente, la avverti, palpabile, alberi in fiore, il sole caldo delle 16, ma dopo il tramonto tocca rimettersi il giubbotto pesante.

È martedì sera, fa freddo ed è la festa del papà e non la passerò a casa, ma avevo precauzionalmente avvisato della mia assenza la quattrenne, invitandola ed esortandola a dirmi la poesia al mattino, prima di andare a scuola, “ma dopo il latte!” aveva stabilito lei (a dirla tutta con l’altra metà del cielo, a.k.a. mia moglie, avevamo studiato il tutto nei dettagli, ovvero che io avrei dovuto fingere di essere ancora addormentato a letto, per far scattare poi lo schema svegliamo il papà – prepariamo il latte – recitiamo la poesia… adoro i piani ben riusciti..)

È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa che perdura da diverse ore, gentile omaggio da sovraesposizione da smartphone e monitor. Due Moment d’ordinanza.

È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa, sono anche stanco, ma stasera non si può non andare a far visita al signor James Cyrus Stewart, 41enne di Los Angeles, e alla sua creatura, denominata Xiu Xiu.

L’ Argo 16 è moderatamente affollato, pensavo (temevo) qualcosa di più, ma non mi dispiaccio affatto, perché sono o non sono un testimonial del conf rock!

Qualche faccia nota, un gin tonic e poco prima delle 22.30 (tipo 29 eh…) con la musica ancora piuttosto alta, luci accese, salgono sul palco, nell’indifferenza dei più, James Stewart, curatissimo nella sua mise nera e nella classica pettinatura “co a riga in parte”, Jordan Geiger (così recita il comunicato stampa, ma ammetto di non sapere che faccia abbia, sebbene gli Shearwater li abbia ascoltati un bel po’. Ad ogni modo immaginatevi un incrocio tra Will Oldham e Doug Martsch) al basso e Thor Harris, anche batterista degli Swans, ma un curriculum impressionante, e di una prestanza scenica meravigliosa, ovvero canottiera nera dentro ai jeans neri a mettere in bella mostra delle possenti braccia pelose, e lunghi capelli biondi. Impossibile non innamorarsene. Anche perché in possesso di una bio su wikipedia magnifica: “Thor Harris (born February 7, 1965) is an artist, sculptor, musician, painter, carpenter and handyman”.

Partono i primi accordi di chitarra, incerti, che a fatica si fanno strada nel vociare del locale, restano sospesi nella terra di nessuno collocata tra il palco e la platea, mi chiedo se il concerto possa dirsi ufficialmente iniziato da quanto surreale sia la situazione; potrebbero essere gli accordi di “Sad Redux-O-Grapher”, ma non ne sono affatto sicuro, inoltre il disco nuovo l’ho ascoltato solo una volta, quindi rimango nel dubbio. Però è un brivido vero e squassante l’ingresso della voce tra quei solitari accordi, quel timbro quasi baritonale quando non teatrale, affettato ad un orecchio distratto, di certo magnetico e peculiare da non lasciarti indifferente, piaccia o meno.

Il pubblico finalmente si accorge che hanno iniziato, deo gratias, si fa silenzio all’Argo 16, ed è subito “I luv the valley OH!”, chitarra-basso-batteria. La meraviglia.

Con precisa alternanza, Stewart alterna in scaletta un brano con la chitarra ad uno senza, nel quale oltre a riversare nel microfono tutto se stesso, utilizza un campionario di strumenti inesauribile (legnetti, campanaccio, un piatto della batteria, un kazoo, un’armonica, altre diavolerie) che suona di volta in volta con una perizia ed una abnegazione ed una convinzione stupefacente.

Non sono bastati quattordici album in quindici anni per categorizzarli, catalogarli, e stasera non fa differenza. Non so se si possa parlare di elettronica, essendo la stessa ridotta davvero al minimo, almeno stasera, non è del tutto nemmeno rock, vista la struttura dei brani, l’uso non convenzionale degli strumenti canonici del rrruuuuoooooocccckk; in realtà non so nemmeno se sia necessario ed importante darla, una definizione. Diciamo che non lo è.

Volendo piuttosto fissare un’istantanea della serata, come suggeritomi dalla mai banale amica Giulia, direi questa: lo sguardo psicotico ed indemoniato che ha Jamie Stewart mentre sta violentando sadicamente il malcapitato crash della Zildjian (probabilmente da 14″), come se quel gesto, in quel momento, fosse l’unica cosa a contare davvero, come se da quel frastuono dissonante dipendessero le sorti del mondo intero. Mondo che nella sua testa probabilmente, anzi sicuramente, ha delle dimensioni ridotte, pochi metri quadrati, grossomodo le dimensioni del palco dell’Argo 16. Perché l’attitudine, l’atteggiamento, la postura di Jamie durante il live è totalizzante e strabordante, e per questo magnetica. Impossibile togliergli gli occhi di dosso, forse per pochi attimi, per vedere Thor Harris alle prese con il clarinetto (era un oboe? beh un qualche aerofono insomma, ero distante), o lo stesso Harris inginocchiato, accucciato sotto la batteria per tipo cinque minuti, o Geiger che accoltella e sevizia le corde del basso. L’esibizione è tutto fuorché lineare, come d’altronde è lecito attendersi, è convulsa, spasmodica (nel senso che risente degli spasmi improvvisi di Stewart, che ora imperversa feroce sul microfono ora danza leggiadro come un moderno Nureev), bellissima, al limite del commovente.

Il pubblico è rapito e rispettoso, educato nell’onorare i silenzi, pochi, che il live presenta.

C’è tempo per un bis, “in acustico” quasi, con Harris ai legnetti, Geiger con delle simil maracas e Stewart, chitarra e voce, a donarci una splendida, rivista, “Sad Pony Guerrilla Girl“.

Sipario. E buona festa del papà a tutti.

P.s. mi é stato fatto notare che al basso non c’era Geiger ma Christopher Pravdica, anch’egli Swans. Tanto vi dovevo.