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Per aspera, Ad Astra. Godspeed You! Black Emperor @ Hall, 19/11/2019

3219 giorni fa la prima volta. 1466 l’ultima. 2011, 2015, 2019.

Praticamente vedo i Godspeed You! Black Emperor ogni quattro anni. Le mie Olimpiadi.

Terza volta con i ragazzotti di Montreal (in realtà con Efrim, Sophie e qualche altro ci eravamo visti altre due volte, sotto le sembianze degli A Silver Mt Zion, anni addietro) e come la prima volta all’Estragon, l’apertura è dedicata ad un sax solo.

Allora era stato Colin Stetson, questa volta ad accogliere il pubblico, davvero numerosissimo per altro, Mette Rasmussen, danese, biondissima che pare avere buona presa sugli astanti, per quanto ammetta di faticare (lei di sicuro a metterci tutto quel fiato) oltremodo a seguire quel tipo di sfuriate free jazz/avantgarde/experimental, insomma quella cosa lì.

Ad ogni modo il mio stato psico fisico nelle ultime settimane è un po’ minato da fattori esterni, niente di serio o irreparabile, ma c’è un gran bisogno di pensare ad altro, fare altro, di estraniarsi e straniarsi per un po’, e questa data di uno dei gruppi a cui sono più grato (per tutto) mi sembra una splendida occasione. E poi i concerti infrasettimanali in zona mi piacciono, quando puoi partire con la prole già a letto e chi se ne frega della pioggia e chi se ne frega della sveglia di domani mattina.

Prima volta all’Hall, me lo immaginavo più piccolo e mentalmente ero già predisposto ad un paio d’ore in modalità “packed like sardines”, che poi sono pesci piuttosto in auge ultimamente, e non per merito/causa dei Radiohead.

Invece gli spazi decisamente ampi mi invogliano ad inoltrarmi avanti, in mezzo alla gente, in mezzo ai miei simili (relativamente all’altezza), quando ovviamente arriva Manute Bol coi capelli di Fellaini, suo amico di poco più basso e la di lui fidanzata, che non era alta, ma che si è fatta praticamente due ore di limone durissimo che voglio dire, stai in fondo, hai la tua intimità, puoi spingerti anche oltre, visto che sembravano entrambi smaniare altro, e soprattutto eviti di spaccare le palle a chi ti sta attorno.

Ma vabbè, veniamo al concerto, che nonostante i due infoiati è stato meraviglioso.

La situazione sul palco è la medesima del 2015, ovvero Philippe Leonard, un visual artist, che da fondo sala, con delle pellicole e delle videocamere, proietta su di un fondale bianco dei video spesso in bianco e nero, più o meno in loop. Poi luci gialle, fisse e soffuse e gli otto Godspeed, quasi a semicerchio, a completare il quadro.

Se avete avuto il piacere e la fortuna, come me, di vedere almeno una volta i Dillinger Escape Plan dal vivo, immaginate l’esatto opposto, ma diametralmente proprio, l’antipodo, per quanto riguarda la mobilità e la vivacità. Statici. Immobili. Contemplativi. Sarebbe interessante fare un video in time lapse del palco, per vedere quanto poco cambiano le immagini nelle due ore di concerto.

Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia escono per primi gli archi, ovvero il violino di Sophie Trudeau e Thierry Amar al contrabbasso, il quale lo alternerà al cugino elettrico. Ecco, Thierry ha vinto per distacco il premio assegnato a chi faceva più movimenti, con 23, ed è, scherzi a parte, anche colui che funge un po’ da direttore d’orchestra, interagendo spesso con la batteria, Aidan Girt o Timothy Herzog, a seconda dei momenti.

Si parte con un lento, sommesso intro in bilico tra noise e drone; sul lato destro del palco, accanto a Sophie e Thierry, si sistema, seduto sulla sua sedia David Bryant che con un e-bow (o qualcosa di simile) e la chitarra si accoda al flusso. Dall’altro lato le altre due chitarre, ovvero Mike Moya e il sempre più riccioluto e altrettanto seduto Efrim Menuck. Quasi centrale Mauro Pezzente al basso. Gli otto sono disposti a semicerchio e praticamente nessuno, esclusa la batteria centrale, è rivolto al pubblico.

Perché è giusto dirsele le cose: i Godspeed You! Black Emperor non suonano per il pubblico, suonano per loro stessi. Questo è. E va benissimo così sia chiaro.

Non un cenno, non un grazie, non un movimento; ogni volta che iniziano a suonare vengono trasportati in blocco in una bolla, in un uno spazio (e tempo) altro, dove ci sono loro e la loro musica.

E la fatica di seguirli è tutta sulle spalle dell’ascoltatore. Se ha voglia di sforzarsi. E credetemi, ne vale la pena, ne vale tantissimo la pena.

Un applauso convinto e qualche urlo dal pubblico accoglie le prime note di Bosses Hang, splendida per tutta la durata, mentre il mio applauso più convinto va però all’esecuzione di Undoing Luciferian Towers, solenne ed impetuosa.

Ad accentuare l’impressione di cui scrivevo prima, ovvero che a Efrim e compagnia del pubblico interessi poco, basti pensare che ad un certo punto salgono sul palco sia Mette Rasmussen che un altro sassofonista (perdono ma non so chi fosse) che si posizionano tra Moya e Bryant, di fronte alla batteria, chiudendo praticamente il cerchio e voltando le spalle al pubblico per tutti i 20 minuti buoni del brano. 20 minuti di straordinaria bellezza, va detto, che amplificano, se possibile, l’amore sconfinato che ho per questa band, e per questo genere.

Perché i Godspeed, a differenza di altri simili, penso ai Mogwai, o agli Explosions In The Sky per citare i più famosi, sono molto meno chitarristici, nel senso di poggiare i brani e le melodie sulle chitarre. Qui le sei corde volano alte, altissime, stridono e squassano, più che riempire vuoti squarciano le tele, e lo fanno per minuti e minuti, senza sosta, sfiancando e stremando noi, ascoltatori devoti e predisposti, quando non intenti a limonare.

Quando parte Moya guardo l’orologio e penso “mmm, che strano, un po’ prestino per calare già il carico pesante per la chiusura”, ed infatti la chicca è appena dopo, quando parte il sample di “Blaise Bailey Finnegan III”, che introduce BBF3, il lato B di “Slow Riot for New Zero Kanada”, il mio primo vinile dei Godspeed, comprato in Canada quasi vent’anni fa.

Me ne vado nel bel mezzo del pezzo, perché sono coerente, e non ho mai visto un concerto dei Godspeed fino alla fine. E perché sono stanco. Fisicamente e mentalmente. Ma anche stasera sono arrivato a vedere le stelle. Mai viste così luminose, malgrado la pioggia.