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37, and counting…

Dovrò aspettare trentaquattro anni prima che mi riaccada, mentre ne sono passati solo sei dall’ultima volta. Intendo prima di entrare in un anno che sia primo e permutabile. Vale a dire che permutando le cifre che lo compongono ciò che ottieni sarà di nuovo un numero primo. 37 e 73. L’ultima volta quando ne avevo 31. Riaccadrà nel 2053, quando ne avrò 71. Di anni.

Oggi ne compio 37. Mi sto ufficialmente affacciando ai quaranta. Non posso più nascondermi.

Ci tengo a precisare comunque che mi piace il 37, innanzitutto perché è dispari. E primo. Però al di là di questo non ha molto da offrire, rispetto ad altri numeri coi quali mi sono intrattenuto in passato, tipo il 5, il 36, il 17… certo, è un primo supersingolare, che non so minimamente cosa significhi, ed ho anche provato a capirci qualcosa, ma poi mi sono imbattuto nel termine gruppo mostro ed ho desistito… è il numero atomico del rubidio, che utilizzano tipo per fare le fotocellule, o per vetri speciali, ma soprattutto era il minimo sindacale per mostrare il termometro alla mamma e saltare scuola a piè pari. Maledetto il 36.9, sapeva sempre di beffa, mentre il 37 apriva nuovi orizzonti: grazie a lui sono riuscito a finire GTA 2, per dire. Era il 1999. Avevo 17 anni. Primo permutabile anche lui.

Comunque sia, martedì scorso stavo facendo colazione in cucina, poco prima delle 7, e tra un galletto e l’altro stavo scandagliando Spotify per scegliere cosa ascoltare in treno. È uno dei momenti più importanti della giornata. Non parlo di inzuppare i biscotti ma scegliere cosa ascoltare. Non mi credete?
Io la vedo così. La maggior parte dell’umanità vive la propria esistenza costretta in una routine fatta di momenti, segmenti, che si ripetono serialmente giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ed io non faccio eccezione. La mia routine tipo? Sento la sveglia – mi alzo – mingo – mi vesto – bevo il caffè – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – permango delle ore in ufficio – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – raggiungo nuovamente la mia dimora (dopo di che raramente sono padrone del mio destino, che è saldamente nelle mani di due esseruncoli – temo non esista il termine ma non intendo privarmene – i cui poteri e privilegi sono di gran lunga superiori ai miei).

Ebbene, tra tutti questi singoli momenti alcuni non sono chissà quanto migliorabili, vedi le ore in ufficio, ma altri decisamente sì, ed è su questi che mi sono imposto di intervenire. Mi spiego peggio, per dirla alla Bergonzoni: la nostra giornata y è la somma di tutte le situazioni di cui sopra, che saranno a, b, c, d, ecc… per cui a + b + c + … = y. Maggiore il valore di y sarà, più godibile e rimarchevole sarà stata la nostra giornata. E a scuola mi hanno insegnato che aumentando il valore di anche un solo addendo aumenta il risultato della somma. Tutto questo per dire cosa? Che ascoltare il disco giusto quando si è in treno concorrerà in maniera sensibile ad abbellire la tua giornata, così come il disco brutto o sbagliato la peggiorerà inesorabilmente.

Insomma martedì mattina rimugino tra me e me, passo mentalmente le lettere dell’alfabeto, e poi così, dal nulla, l’illuminazione: Gravenhurst. I Gravenhurst erano una band che in realtà era il progetto di una sola persona, Nicholas John Talbot, un po’ come Bon Iver, o Sparklehorse, meglio. Inglesi di Bristol, non li ascoltavo da un sacco di tempo, anni, ed è stata una scelta perfettamente azzeccata, che ben si sposava con la fredda umida nebbiolina di inizio novembre. Salgo in treno sulle note di “The Ice Age”, eccovela:

Nel mentre entro sulla pagina di wikipedia per rinfrescarmi un po’ la memoria e sbam!: “He died aged 37. His cause of death is undisclosed.”
Ecco. Quante probabilità c’erano? Pochissime, invero. E soprattutto che lo scoprissi con nelle orecchie la melodia struggente e le parole disperate, perchè questo sono, di Talbot,

“For she could not know me
For I know not myself
And without understanding
Love isn’t enough”

Per qualche strana deformazione nel ragionamento o collegamento a livello di subconscio mi trovo di lì a poco a scorrere un elenco comprendente persone morte a 37 anni. Perchè poi non c’è dato sapere. Forse perchè non può esistere un elenco di persone vive a 37 anni? Ad ogni modo l’elenco presenta qualche nome di spicco, tipo Van Gogh, o Rimbaud, o Hermann Rorschach, quello delle macchie, ma soprattutto Mitch Hedberg. Se vi piace la stand up comedy, i cosiddetti oneliner, se vi piace Steven Wright (andate a vedervi Wicker Chairs And Gravity, su You Tube c’è, e sottotitolato in italiano), lui sarà il vostro uomo. Beh Mitch Hedberg si è suicidato a 37 anni, overdose mi pare, ed è quanto mai curioso che la sua one liner più famosa, e geniale, sia “I used to do drugs. I still do, but I used to, too”, che tradotta perde il 101% della sua efficacia, quindi non lo farò. Anche se la mia preferita è un’altra:

“My belt holds up my pants and my pants have belt loops that hold up the belt. What the fuck’s really goin on down there? Who is the real hero? “ *

E intanto è scoccata la mezzanotte ed è il 9 novembre, arrivano i primi messaggi di auguri, rileggo qualche riga sopra, penso che il 37 in fin dei conti sia un numero un po’ sfigato, penso che il 9 novembre è anche il compleanno di Biagio Antonacci, che nella mia testa è principalmente quello che ha copiato plagiato citato il video di Luna Viola dei Santo Niente. Il 9 novembre è anche il giorno in cui hanno eletto Trump, e che hanno tirato giù il muro a Berlino. Io a Berlino ci dovrò andare, fra 87 giorni, a vedere i Tindersticks. Che non hanno niente a che fare col 9 novembre. O con Biagio Antonacci. Ma nel 2003 pubblicavano Waiting for the Moon, il loro sesto disco, che si apre con questa perla, e non sto nemmeno qui a dirvi quanti anni aveva Stuart Staples, il cantante, in quell’anno:

“Wake me up ‘cause I’m dreaming
Well, they’ll never believe it
So hush now, my baby, please don’t cry
Everything’s gonna be alright
Hush now, darling, I can hear you’re screaming
Let me hold you until the morning comes”

* la mia cintura sorregge i miei pantaloni, ma i passanti dei pantaloni sorreggono la cintura. Non capisco cosa diavolo stia accadendo lì sotto. Chi è il vero eroe?