C’è un brano del mio cantante preferito (uno dei…), all’anagrafe Luigi D’Alessio, ma forse lo conoscerete col suo nome d’arte, ovvero Gigi D’Alessio, che s’intitola “Il Primo Amore Non Si Scorda Mai” (perchè poi io abbia sta mania di mettere sempre in maiuscolo le parole che compongono i titoli lo sa solo Dio…) che nel ritornello recita “Il primo amore non si scorda mai / eppure il tempo passa su di noi“.
Bella, no? Top.
Ebbene di recente si festeggiava il ventiquattresimo anniversario della pubblicazione di “Frogstomp“, disco d’esordio degli australiani Silverchair.
I Silverchair sono stati il mio primo amore, musicalmente parlando. Sono stati il gruppo che mi ha aperto le porte del rock’n’roll e al quale devo molto. Se non tutto. Devo a loro, ad esempio, se nel 1997 sono passato da “Mixin’ in Action” con Haddaway, Ace Of Base e da altre improbabili compilation con Corona, La Bouche e compagnia, ad ascoltare alla nausea la musicassetta originale di “Freak Show” (tecnicamente lo devo a Baldi, perchè la cassetta era sua e me l’aveva prestata).
Mi preme chiarire da subito, per coloro i quali la band australiana risulti ad oggi totalmente ignota, che non siamo di fronte ad uno di quei gruppi seminali, epocali, imprescindibili, eccetera. Parliamo di un power trio (chitarra – basso – batteria) che esordì nel ’95 con un disco, “Frogstomp” per l’appunto, che era fondamentalmente un disco grunge, pur con le dovute sfumature del caso. La particolarità se vogliamo stava nel fatto che la formazione allora era composta dal cantante, chitarrista e leader della band Daniel Johns (capello biondo lungo, praticamente un Cobain dell’emisfero sud), il bassista Chris Joannou, il batterista Ben Gillies, i quali, compagni di classe e amici sin da piccoli, nel momento in cui Frogstomp usciva sul mercato avevano qualcosa come 15 anni.
Per cui sì, fu un colpo di fulmine, accecante. Fu grazie a loro fondamentalmente che iniziai ad ascoltare tonnellate di Nirvana, Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Alice In Chains, Soundgarden, andando a ritroso coi Green River, i Mother Love Bone, ma i numi tutelari erano loro. Mi ci volle del tempo per ripristinare un minimo di ordine gerarchico…
Poi giravano dei video, su MTV credo, dei loro live, conditi di pogo selvaggio, gente che si lanciava da alte balaustre direttamente sulla folla, palchi invasi da giovani esagitati. Per me era tutto nuovo, tutta una scoperta. Tutto bellissimo.
Inoltre sapevo suonare l’arpeggio di “Tomorrow” o di “Suicidal Dream“, scoprii il “dropped D tuning“, cantavo a caso i testi delle canzoni (in quegli anni non era così semplice come oggi reperire certe informazioni) ripetendo quello che credevo di capire. Fu così che quando Iena venne a casa mia mostrandomi il cd originale di “Frogstomp” preso a Londra gli dissi che mi piaceva un sacco la canzone “New Mexico“. Non trovandola nella tracklist del disco mi chiese se fossi sicuro si intitolasse così. Scoprimmo poco dopo che in realtà non diceva “New Mexico” ma “Pure Massacre“. Si dia il via alla gogna mediatica. Meritatissima.
Ad inizio ’99 i Silverchair pubblicano “Neon Ballroom“, un disco imponente ed ambizioso, molto più vario e arrangiato dei due precedenti, con Daniel che prova addirittura a rispondere alla “Tonight, Tonight” degli Smashing con “Emotion Sickness“, e quel video bellissimo.
Sta di fatto che arriviamo al fattaccio.
In primavera annunciano a Bologna, all’Arena Parco Nord, la prima edizione dell’Indipendent Day Festival. Headliner Offspring e Joe Strummer e, tra gli altri, per la prima volta nello stivale, i Silverchair.
Si va. Facile.
Quasi.
Mio papà non la vede proprio così: “Mi spiace, non esiste, hai 16 anni, mi sembra prestino. Ci andrai la prossima volta che vengono. Promesso”.
Quando uno ci vede lungo…
I Silverchair finirono il tour, successivamente Daniel Johns decise di fermarsi per un periodo a causa dell’anoressia, tornarono con un disco decisamente brutto (salviamo solo “Without You“, pezzone), poi si sciolsero di nuovo, poi un disco addirittura peggiore, nel frattempo Daniel Johns si sposa con Natalie Imbruglia, poi niente concerti per 6 anni, poi sembra che qualcosa si muova macchè, a maggio del 2011 i Silverchair vanno in “indefinite hibernation“.
Well, that escalated quickly…
Ebbene sì, quello fu l’unico, unico, isole comprese, concerto che Daniel Johns e soci fecero in Italia. A pochi chilometri da casa mia. E io non ci andai.
Daniel Johns, ora che i Silverchair non esistono più, oggi fa qualcosa di simil elettronica. E fa schifo. Si trucca, fa i balletti nei video anche, cristodio! Perchè!
La parabola discendente intrapresa dai Silverchair dopo i primi tre dischi potrebbe farli concorrere per un post sul podio alla categoria “band che da fighissime hanno avuto un peggioramento inarrestabile fino a raggiungere il traguardo di inascoltabili e non aver ancora intenzione di fermarsi“, podio che vede ai primi due gradini Muse e Red Hot Chili Peppers (ci pensate mai che la band che ha creato un disco come “Blood Sugar Sex Magik” ha anche fatto “Stadium Arcadium” contenente quell’abominio di “Snow (Hey Oh)“? Io ci penso di continuo).
Se dovessi oggi fare una lista dei miei dieci artisti o band preferite, probabilmente i Silverchair non li metterei nemmeno, ma non posso ignorare il peso che hanno avuto. Per me ovviamente. Riprendo nuovamente le parole dell’amato cantautore napoletano già marito di Anna Tatangelo, che nella sua celeberrima “Domani” dice quanto vorrei io dire oggi a Daniel, Ben e Chris: “Nel sito dell’amore collegato col mio cuore ho scritto il nome tuo“. Sì, c’è la rima cuore/amore.
