Ieri sera, lasciato il divano dopo le canoniche tre puntate di The Office a conclusione di giornata (a proposito, siamo agli sgoccioli della nona stagione e non sono assolutamente pronto a lasciar andare i ragazzi, davvero. Credo che l’unica sia riprendere da capo la prima stagione, in un loop infinito), la situazione in casa era la seguente: la prole profondamente dormiente, il lato destro del letto occupato dalla mia aitante figura, impegnata nella lettura di “Non fare stronzate, non morire”, mentre alla mia sinistra mia moglie alle prese con “L’Arminuta”, gran libro per la cronaca. Di lì a pochi minuti, era infatti quasi la mezzanotte, avrebbe compiuto gli anni (mia moglie), per la prima volta in un regime di semilibertà, per la prima volta in quarantena, per la sedicesima volta con me accanto. Alle 00.01 mi volto, le dico “Tanti auguri, un po’ particolari questa volta”, e per tutta risposta ricevo un “Grazie. Che tristezza”, che non sapeva di rabbia o rancore, ma ci potevi sentire una vena di delusione e tristezza, per una come lei, e non che io sia da meno, abituata a festeggiare sempre in maniera mai sobria o moderata, bisognosa com’è di farsi circondare da così tanta gente che il termine congiunti avrebbe saputo coprire al massimo un 20% del totale.
Lei spegne la luce e mi faccio violenza a non anticiparle che il suo compleanno non sarebbe passato in sordina, e la perdono, in cuor mio.
Perché non sapeva che l’indomani mattina, durante la colazione, le avrei fatto sentire Candle Song 3 dei Mojave 3 (https://www.youtube.com/watch?v=gK1024WRwvU), e la sua dolce poesia, e poco male che inizi dicendo che è di nuovo Natale, concentriamoci su quel “I stand by my lover as she stands by me / Chained to my lover as she’s chained to me”, e rendiamo grazie a Neil ed a Rachel, che in questa veste come in quella targata Slowdive, donano momenti di rara bellezza.
La perdono perché come avrebbe potuto immaginare che verso pranzo le sarebbe stato recapitato un mazzo di fiori, corredato da una citazione dei R.E.M., che tanto le piacciono, dall’undicesimo album della band di Athens il quinto brano, per la precisione. E che quando mi avrebbe scritto per ringraziarmi io avrei finto di non saperne nulla, dio mio le risate…
E avrebbe potuto pensare che per cena, in via del tutto eccezionale, io avrei fatto lo sforzo immane di mangiare sushi, attività che ho rifuggito per quasi quarant’anni, per dei preconcetti tutti miei, e che al momento in cui scrivo non so ancora se si sarebbero rivelati fondati o meno.
Poi mi chiedo, sarebbe stata in grado di immaginare che il cancello sarebbe stato lasciato fortuitamente aperto, così come la porta che scende in taverna, per permettere a quattro congiunti (uno dei quali, dovesse leggere queste righe, difficilmente resisterebbe dal canzonarmi utilizzando termini zucchero-correlati, inteso come sostanza, non il cantante, e sì, Irene, sei tu) di accomodarsi di soppiatto attorno al tavolo, in attesa di vederla scendere, attirata con un espediente al momento ancora in fase di definizione, e mangiare una fetta di torta e bere un prosecco fresco (niente nonni ancora, cerchiamo di non scherzare troppo col fuoco).
Ed ancora aprire, aiutata ovviamente dalla primogenita, tre pacchi, contenenti un paio di ciabatte dalla fantasia improbabile, una centrifuga per asciugare l’insalata (che sarebbe dovuta arrivare in ritardo e invece… magic happens) così finalmente buttiamo via quella inutile che abbiamo attualmente, e un vinile dei Mumford, Sigh No More, che è una delle sue colonne sonore preferite quando al sabato mattina rovescia sotto sopra la casa.
Io credo di no.
Ah, visto che mentre starà leggendo queste righe dovremmo essere in chiusura di giornata, colgo l’occasione per dirle che l’ho finalmente perdonata per aver rifiutato, in data 1 ottobre 2012, mentre ci trovavamo dalle parti di Portland (Maine), nel sesto giorno di viaggio di nozze, di andare a Boston (Massachusetts) a vedere i Godspeed You! Black Emperor all’Orpheum Theater. C’ho impiegato 2773 giorni ma ora sto meglio e non porto più rancore.
Quindi niente, in questa giornata che The Truman Show in confronto è solo na roba da dilettanti, finiamo idealmente con Bright Eyes, che la musica deve c’entrare. Sempre.
I’m glad I didn’t die before I met you
But now I don’t care, I could go anywhere with you
And I’d probably be happy
