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Tindersticks @ Philharmonie, 04/02/2020, Berlino (DE)

Originariamente pubblicato su vezmagazine.it il 07/02/2020

“Non ho mai pensato che nella vita, per procedere, bisognasse necessariamente andare in linea retta”.

La dice Marco Paolini, ne Il Milione. La faccio mia, per oggi, perchè seguire un’unica direzione, un filo (immaginario o meno), per raccontare cosa è stato il live dei Tindersticks alla Philharmonie Berlin, mi risulta davvero difficile. 

Ci sono diversi piani di lettura, diversi aspetti, alcuni più rilevanti di altri, diversi punti di vista, come se tenessi in mano un poliedro irregolare, un diamante, e ruotandolo nella mano ci guardassi attraverso da ogni faccia, ognuna diversa dall’altra.

Arrivo a Berlino il giorno precedente al concerto, in compagnia di una coppia di amici e della mia signora, e siamo tutti e quattro eccezionalmente, per la prima volta, senza prole (rimasta a testare i nonni sulla distanza delle 48 ore. Spoiler: prova brillantemente superata). Trascorriamo la giornata in giro per la città, tra l’East Side Gallery, il Memoriale per gli ebrei, il Museo Ebraico, combattendo contro un vento tagliente che non dà un attimo di tregua. Anzi, verso le 19, mentre a piedi risaliamo Postdamer Straße in direzione Philharmonie, si aggiungono delle fine gocce di pioggia fredda, a rendere il tutto più invernale e complicato.

Ad ogni modo guadagniamo l’ingresso e nemmeno troppo timorosi cominciamo a dare uno sguardo intorno. Il foyer è già piuttosto affollato e praticamente ogni persona sta sorseggiando del vino bianco da un piccolo calice o della classica birra, qualcuno addenta un Brezel. Butto una furtiva occhiata al listino prezzi e penso che tutto sommato l’acqua che ho nella mia bottiglietta non è poi male. 

Poco dopo le 19:30 viene aperta anche la sala concerti e impaziente raggiungo il mio posto. E la meraviglia. Davvero. Nelle settimane scorse avevo letto diversi articoli e spiegazioni circa l’architettura della Philharmonie, nella quale ogni singolo dettaglio, ogni particolare, ogni elemento risulta funzionale alla resa acustica dell’esecuzione. Dal legno degli schienali delle poltrone (kambala), alle 136 piramidi appese al soffitto che hanno lo scopo di assorbire i bassi, agli elementi sopra il palco che prevengono la dissipazione del suono e ad altre nozioni delle quali capisco poco ma che affascinano molto.

La sala si riempie piuttosto rapidamente e poco dopo le 20, abbassatesi le luci, i cinque Tindersticks, tutti vestiti di scuro, sulle note di A Street Walker’s Carol, raggiungono il palco.

I tre superstiti membri originali della band, Staples al centro, Neil Fraser alla chitarra a destra, David Boutler alle tastiere, xilofono (e piattini) a sinistra, Dan McKinna al basso e l’americano Earl Harvin (mio MVP) alla batteria e percussioni.

Prima piccola doverosa digressione: il mio primo contatto con i Tindersticks, inglesi, attivi dal 1991, risale ai primi anni 2000. Non ricordo di preciso l’anno, ma ero nel periodo in cui acquistavo dischi con una certa assiduità ed avevo l’usanza, insieme ad un paio di amici, di comprarne, di tanto in tanto, di artisti sconosciuti, fidandoci esclusivamente della copertina. La mia scelta quel dì, pescando dallo scaffale delle offerte, cadde su Can Our Love.., che ancora oggi rimane uno dei dischi con la copertina più brutta di tutti i tempi (a parer mio s’intende).

Fu amore, immediato e totalizzante. E duraturo, se a distanza di vent’anni sono disposto a farmi 1043 km (secondo Google Maps) per vederli dal vivo. Le atmosfere notturne, No Man In The World, la voce baritonale, nasale, di Stuart A. Staples. E soprattutto le copertine. Dio mio le copertine. Qualche settimana più tardi acquistai anche Curtains il loro terzo disco, l’omonimo debutto e l’omonimo secondo disco (già, il primo e il secondo album dei Tindersticks si intitolano entrambi Tindersticks). Questi quattro dischi (ma anche alcuni successivi) hanno una peculiarità: la bellezza della loro musica è inversamente proporzionale alla bellezza della loro copertina. O direttamente proporzionale alla bruttezza. Insomma, per capirsi, sono dischi meravigliosi con un artwork alquanto discutibile. Ecco.

Si parte con Before You Close Your Eyes, con Stuart A. Staples, frontman e attore principale, ad ondeggiare dolcemente nel mezzo, prima di avvicinarsi al microfono per deliziare la platea adorante con la sua inconfondibile voce, e quel disperato, dimesso I never cry for our love/I never cry

Una delle prime sensazioni che provo, superato l’iniziale momento di sopraffazione emotiva e conseguente azzeramento delle facoltà cognitive, è la qualità dell’esecuzione. Voi direte “eh, grazie, sei solamente in una delle sale da concerto migliori al mondo!”; vero, però c’è dell’altro. C’è di più. E ne ho la riprova quando parte How He Entered, direttamente da The Waiting Room, un recitativo con una metrica non convenzionale, ovvero che fugge dal canonico 4/4. La narrazione di Staples poggia su una trama più scarna della versione su disco, che guadagna in espressività e funge da incontrovertibile banco di prova, senza appello, per la band, che ne esce in maniera sontuosa: di fronte ad un irreale devoto silenzio, su di un palco che non permette la minima sbavatura, che ti permette di riconoscere indistintamente un tocco di piattini (quelli da dita per intenderci) in mezzo a due chitarre, un basso, una batteria e il piano, non puoi fingere, non puoi nemmeno nasconderti, e la grandezza dell’esibizione dei Tindersticks risiede proprio (anche) lì, ovvero nella destrezza del gestire il piano ed il forte, di dilatare gli spazi e serrarli, di elevare il loro “pop notturno” a livelli d’eccellenza e raffinatezza (Willow, la conclusiva For The Beauty, tra le molte).

La scaletta, come logica vorrebbe, verte per quasi la metà sull’ultimo No Treasure But Hope, alla quale si alternano brani che coprono quasi totalmente la discografia della band. E faccio una seconda piccola digressione: delle mie ipotizziamo quindici canzoni preferite dei Tindersticks, se dovessi stilare un elenco, non ne è stata fatta nemmeno una; quindi esatto, niente Tiny TearsUntil The Morning ComesWe Are Dreamers, la già citata No Man In The WorldDying Slowly. Sì, hanno fatto A Night In, e Pinky In The Daylight, però che bello quando un artista non diventa vittima (o succube) del volere popolare, del bambino viziato, e anzi porta il pubblico fuori dalla cosiddetta comfort zone. È lì che la musica aggiunge valore, diventa educativa, diventa arricchente. È lì che si espandono gli orizzonti. 

È lì che voglio stare.

L’ha detto meglio di tutti Edward Morgan Forster: Spoon feeding in the long run teaches nothing but the length of the spoon.

Staples e soci si congedano con una magnifica A Night So Still, ennesimo suggello ad una vera e propria lectio magistralis musicale, misurata ma non pigra, elegante senza essere mai boriosa, alta ma mai altezzosa. Si alzano le luci e mi alzo in piedi assieme a tutto il resto del pubblico per tributare il giusto riconoscimento ad una band a cui devo molto e che stasera mi ha fatto sentire un privilegiato.

37, and counting…

Dovrò aspettare trentaquattro anni prima che mi riaccada, mentre ne sono passati solo sei dall’ultima volta. Intendo prima di entrare in un anno che sia primo e permutabile. Vale a dire che permutando le cifre che lo compongono ciò che ottieni sarà di nuovo un numero primo. 37 e 73. L’ultima volta quando ne avevo 31. Riaccadrà nel 2053, quando ne avrò 71. Di anni.

Oggi ne compio 37. Mi sto ufficialmente affacciando ai quaranta. Non posso più nascondermi.

Ci tengo a precisare comunque che mi piace il 37, innanzitutto perché è dispari. E primo. Però al di là di questo non ha molto da offrire, rispetto ad altri numeri coi quali mi sono intrattenuto in passato, tipo il 5, il 36, il 17… certo, è un primo supersingolare, che non so minimamente cosa significhi, ed ho anche provato a capirci qualcosa, ma poi mi sono imbattuto nel termine gruppo mostro ed ho desistito… è il numero atomico del rubidio, che utilizzano tipo per fare le fotocellule, o per vetri speciali, ma soprattutto era il minimo sindacale per mostrare il termometro alla mamma e saltare scuola a piè pari. Maledetto il 36.9, sapeva sempre di beffa, mentre il 37 apriva nuovi orizzonti: grazie a lui sono riuscito a finire GTA 2, per dire. Era il 1999. Avevo 17 anni. Primo permutabile anche lui.

Comunque sia, martedì scorso stavo facendo colazione in cucina, poco prima delle 7, e tra un galletto e l’altro stavo scandagliando Spotify per scegliere cosa ascoltare in treno. È uno dei momenti più importanti della giornata. Non parlo di inzuppare i biscotti ma scegliere cosa ascoltare. Non mi credete?
Io la vedo così. La maggior parte dell’umanità vive la propria esistenza costretta in una routine fatta di momenti, segmenti, che si ripetono serialmente giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ed io non faccio eccezione. La mia routine tipo? Sento la sveglia – mi alzo – mingo – mi vesto – bevo il caffè – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – permango delle ore in ufficio – prendo la bici – prendo il treno – prendo la bici – raggiungo nuovamente la mia dimora (dopo di che raramente sono padrone del mio destino, che è saldamente nelle mani di due esseruncoli – temo non esista il termine ma non intendo privarmene – i cui poteri e privilegi sono di gran lunga superiori ai miei).

Ebbene, tra tutti questi singoli momenti alcuni non sono chissà quanto migliorabili, vedi le ore in ufficio, ma altri decisamente sì, ed è su questi che mi sono imposto di intervenire. Mi spiego peggio, per dirla alla Bergonzoni: la nostra giornata y è la somma di tutte le situazioni di cui sopra, che saranno a, b, c, d, ecc… per cui a + b + c + … = y. Maggiore il valore di y sarà, più godibile e rimarchevole sarà stata la nostra giornata. E a scuola mi hanno insegnato che aumentando il valore di anche un solo addendo aumenta il risultato della somma. Tutto questo per dire cosa? Che ascoltare il disco giusto quando si è in treno concorrerà in maniera sensibile ad abbellire la tua giornata, così come il disco brutto o sbagliato la peggiorerà inesorabilmente.

Insomma martedì mattina rimugino tra me e me, passo mentalmente le lettere dell’alfabeto, e poi così, dal nulla, l’illuminazione: Gravenhurst. I Gravenhurst erano una band che in realtà era il progetto di una sola persona, Nicholas John Talbot, un po’ come Bon Iver, o Sparklehorse, meglio. Inglesi di Bristol, non li ascoltavo da un sacco di tempo, anni, ed è stata una scelta perfettamente azzeccata, che ben si sposava con la fredda umida nebbiolina di inizio novembre. Salgo in treno sulle note di “The Ice Age”, eccovela:

Nel mentre entro sulla pagina di wikipedia per rinfrescarmi un po’ la memoria e sbam!: “He died aged 37. His cause of death is undisclosed.”
Ecco. Quante probabilità c’erano? Pochissime, invero. E soprattutto che lo scoprissi con nelle orecchie la melodia struggente e le parole disperate, perchè questo sono, di Talbot,

“For she could not know me
For I know not myself
And without understanding
Love isn’t enough”

Per qualche strana deformazione nel ragionamento o collegamento a livello di subconscio mi trovo di lì a poco a scorrere un elenco comprendente persone morte a 37 anni. Perchè poi non c’è dato sapere. Forse perchè non può esistere un elenco di persone vive a 37 anni? Ad ogni modo l’elenco presenta qualche nome di spicco, tipo Van Gogh, o Rimbaud, o Hermann Rorschach, quello delle macchie, ma soprattutto Mitch Hedberg. Se vi piace la stand up comedy, i cosiddetti oneliner, se vi piace Steven Wright (andate a vedervi Wicker Chairs And Gravity, su You Tube c’è, e sottotitolato in italiano), lui sarà il vostro uomo. Beh Mitch Hedberg si è suicidato a 37 anni, overdose mi pare, ed è quanto mai curioso che la sua one liner più famosa, e geniale, sia “I used to do drugs. I still do, but I used to, too”, che tradotta perde il 101% della sua efficacia, quindi non lo farò. Anche se la mia preferita è un’altra:

“My belt holds up my pants and my pants have belt loops that hold up the belt. What the fuck’s really goin on down there? Who is the real hero? “ *

E intanto è scoccata la mezzanotte ed è il 9 novembre, arrivano i primi messaggi di auguri, rileggo qualche riga sopra, penso che il 37 in fin dei conti sia un numero un po’ sfigato, penso che il 9 novembre è anche il compleanno di Biagio Antonacci, che nella mia testa è principalmente quello che ha copiato plagiato citato il video di Luna Viola dei Santo Niente. Il 9 novembre è anche il giorno in cui hanno eletto Trump, e che hanno tirato giù il muro a Berlino. Io a Berlino ci dovrò andare, fra 87 giorni, a vedere i Tindersticks. Che non hanno niente a che fare col 9 novembre. O con Biagio Antonacci. Ma nel 2003 pubblicavano Waiting for the Moon, il loro sesto disco, che si apre con questa perla, e non sto nemmeno qui a dirvi quanti anni aveva Stuart Staples, il cantante, in quell’anno:

“Wake me up ‘cause I’m dreaming
Well, they’ll never believe it
So hush now, my baby, please don’t cry
Everything’s gonna be alright
Hush now, darling, I can hear you’re screaming
Let me hold you until the morning comes”

* la mia cintura sorregge i miei pantaloni, ma i passanti dei pantaloni sorreggono la cintura. Non capisco cosa diavolo stia accadendo lì sotto. Chi è il vero eroe?