Non so nemmeno da dove iniziare.
Quindi partirei dalla fine. “La fine è il mio inizio” per dirla alla Terzani, e la fine in questo caso sono io, in sella alla mia bicicletta, poco oltre la mezzanotte, immerso nell’oscurità tipica delle stradine di campagna, che pedalo verso casa, canticchiando “Break on Through (To the Other Side)” e chiedendomi per quale motivo proprio i Doors. Nel senso, non li ascolto da tempo, sono di ritorno da un concerto magnifico che con Morrison, Manzarek e compagni non c’entra nulla, non ho parlato praticamente con anima viva per tutta la serata, non ho appigli apparentemente. Vai a capire. Le sinapsi.
Il concerto di cui sono reduce è quello di Anna Calvi.
Ed è stato un concerto strepitoso. Oltre le aspettative. Che pur non erano basse, sia chiaro. Ma nel mio empireo delle cantautrici, assieme alle signore Germano, Marshall, Wright, Harvey, la qui presente Calvi non faceva (ancora) parte.
Com’era quella che solo gli stupidi non cambiano mai opinione? Ecco, più o meno è così.
Ad ogni modo, risalendo controcorrente lo scorrere del tempo, uscendo dall’area palco, incontro Gigio, singolare esemplare di Sapiens Sapiens col quale ho condiviso più di qualche momento, musicale e non, il quale mi esprime il suo sincero stupore nell’aver sentito casualmente per la prima volta tale Anna Calvi. Perché “Suoni di Marca” (si chiama così il festival) è gratuito (e vabbè non mi sembra il luogo e il momento per affrontare un tema a me così caro), motivo per il quale spesso, spessissimo, la stragrande maggioranza dei presenti è lì per una serie interminabile di motivi, ed in fondo alla lista c’è anche, ma non sempre, l’assistere al concerto. Va da sè che il loro comportamento non si confà alla situazione, leggasi rispetto per quei quattro cristi che vogliono ascoltare il concerto e dei loro discorsi urlati farebbero volentieri a meno. Alcuni rari casi, come l’individuo di cui sopra, escono da questa dinamica. Fortunatamente.
Poco male, nemmeno dieci minuti prima Anna esce per l’unico bis del suo live e dopo aver lacerato le corde della sua Fender con il microfono la lancia a terra, s’inchina, saluta e se ne va. Ha appena chiuso il concerto con “Ghost Rider”. Quella dei Suicide.
Ora, io non guardo mai le scalette dei concerti, prima. Mai. Manco sapevo che avesse inciso tale brano diversi anni fa. Ma dopo le prime note, stile “Sarabanda”, volevo quasi dire “la indovino con una!”, perché quel disco l’ho ascoltato in lungo ed in largo, quanto l’ho amato, perché io il 16/01/2004 ero con Tudor in un locale sperduto in provincia di Venezia, forse si chiamava Mithos, a vedere Alan Vega e Martin Rev, o ciò che rimaneva di loro, ed era comunque molto. Non nascondo che, nel mio snobbismo ormai conclamato, il fatto che il pubblico fosse partito col battito di mano a tempo all’attacco di quel pseudo riff principale mi aveva fatto storcere il naso (voglio dire, siamo a New York, nel ’77, non a Campovolo!) ma dura poco, la chitarra prende il sopravvento, acidissima, sporca e cattiva, il testo ossessivo, ripetitivo, “America is killing its youth”, che Alan Vega ne sapeva a pacchi, e mi va bene tutto.
E poi a questo punto del concerto mi già sono innamorato di Anna Calvi almeno una dozzina di volte.
Perché l’ora precedente è caratterizzata da così tanta bellezza che fatico a ricordarla tutta. Anna, che ormai siamo in confidenza, oserei dire intimi, si presenta con una camicetta e pantalone nero, stivaletti bianchi, imbraccia la chitarra, seria, quasi severa. Per i primi dieci minuti di concerto litiga spesso con l’asta del microfono che non rimane in posizione, i volumi inizialmente (un po’ anche dopo a dire il vero, ma non importa) sono orribili e lei sembra accorgersene, ha uno sguardo severo, un ghigno pare (mi immedesimo per un attimo e non vorrei essere il suo roadie, anfibio nero, pantalone attillatissimo con fantasia scozzese nero e verde, ed è subito Londra, 100 Club, 1977), quasi infastidita lascia il centro del palco e si produce in uno dei numerosi passaggi nei quali, occhi al cielo, porta noi tutti con la sua chitarra su vette inaccessibili, grazie ad una tecnica non comune e ad una propensione al suono più sporco, brutto e cattivo che trovo meravigliosa.
Anna ha due arcate sopraccigliari piuttosto prominenti, rossetto rossissimo ed un trucco tendente al nero. L’incidenza dei fari di scena sul suo viso le lasciano pertanto gli occhi totalmente in ombra, ed io che sono a cinque metri dal palco, perfettamente davanti a lei, pian piano che il concerto prosegue non le tolgo lo sguardo di dosso, rapito totalmente, perché so che anche lei sta fissando me, ne sono certo. Mi aspetto che da un momento all’altro, anche nel bel mezzo di una canzone mi faccia un cenno, un saluto, ma niente, forse non vuol far sapere che si sappia in giro. La capisco. Ci conosciamo appena, meglio non correre.
Anna ha una voce spaventosa, che raggiunge picchi degni delle sirene di Ulisse (come scriveva ieri notte il mai banale Ricky Bizzarro) e un attimo dopo sussurra, come in “Wish”, e qui è straordinario il momento, inteso nell’accezione vettoriale proprio, nel quale sul palco lei sussurra piano, piano, sempre più fievolmente “So please don’t you stop me, no don’t you stop me”, e giù dal palco, incredibilmente, nessuno, nessuno fiata, tutti appesi a quel flebile anelito che sta cristallizzando l’aria.
Il prima contiene altre bellezze, come Petterson tecnico di palco che per la prima volta in molti anni vedo con un paio di guanti addosso mentre (finge di) è impegnato a lavorare, o come Giulio Casale, che adoro nella sua veste teatrale più che in quella prettamente musicale (de gustibus…) e che mi ricorda sempre più Gaber, e che mette su un live davvero bello, fisico, in mezzo alla sua gente, e che riceve una maglietta degli Estra dal pubblico e la stende, con grande attenzione e cura sulla spia, e mi strappa un sorriso.
“Buongiorno a voi Lisa, Chan, Shannon, Polly Jean, vi presento Anna. Si fermerà qui per un bel po’ con noi“
