Assai mi perplime sapere che nel 2019, specialmente nell’italico stivale, vi siano dei Sapiens Sapiens che soffrono di eptacaidecafobia. Capirei, sempre con somma difficoltà ben inteso, che vi fossero casi di hexakosioihexekontahexafobia, specie se pensiamo all’influsso sensibile che secoli di cristianesimo hanno avuto sulle nostre genti. Ma che degli esseri normodotati-senzienti-consapevoli-maggiorenni-nel-pieno-delle-loro-facoltà possano in qualche modo far condizionare le proprie abitudini e quotidianità dalla presenza di un numero mi lascia basito.
Il numero in questione è chiaramente il 17 (chiaramente perchè epta = 7, deca = 10, fobia è un pò intraducibile…), il portasfiga per antonomasia, mentre per essere maggiormente esaustivi, l’hexakosioihexekontahexafobia è la paura del numero 666 (the number of the beast), anche se il significato era già chiaramente esplicato dalla parola stessa. Pare, anche se le fonti non sono così certe, che questa “sinistra nomea” abbia origini antiche, Roma Antica, dove sulle lapidi si soleva scrivere “VIXI“, ho vissuto, ovvero sono morto. VIXI, ahilui, ha la sfortuna di essere l’anagramma di XVII, che è proprio il 17 in numeri romani. Mi sembra deboluccia, cari antenati, come motivazione.
Anche perché il ragazzo (il 17 dico) ha un sacco di proprietà incredibilmente interessanti, come ad esempio l’essere un primo permutabile, e questa la spiego perché è bella: praticamente qualunque permutazione (che altro non è che l’anagramma nei numeri – vedete che tutto torna sempre…) tu faccia dei suoi numeri otterrai sempre un altro numero primo (17, 71 – 37, 73 – anche il 113 (tenetelo a mente)! 113, 131, 311, tutti primi! che figata ste robe, vero?). Il 17 è il settimo numero primo (!!!), è la somma dei primi quattro numeri primi (2, 3, 5, 7) e sommando le cifre del suo cubo, 4913, ottenete 17. Se siete basiti quanto me però sappiate che ha anche dei difetti, già.
Uno su tutti? No, ci arriviamo dopo. (E non sono gli East 17, dei quali avremmo tranquillamente potuto fare a meno. E anche della loro reunion, in quanto pare siano ancora attivi, e che qualche anno fa abbiano tenuto un concerto di fronte a 35 paganti…)
Perché vi sto per svelare una delle canzoni italiane più belle di sempre. Vi metto il link, la ascoltate e ci rivediamo tra 4 minuti e poco più.
Non serve che mi ringraziate per questi minuti di delicata poesia, ne ho beneficiato anche io, e anzi, è un dono che mi faccio piuttosto spesso. Il riascoltarla intendo. Vogliamo parlare poi della semplicità e dolcezza del testo? Che per completezza d’informazione non è della band romana, poiché il brano, contenuto nel disco “Ferré, l’amore e la rivolta” del 2002, è una sorta di cover di Leo Ferrè, poeta e cantautore francese, il quale, nel 1986, a sua volta prende in prestito le parole da Arthur Rimbaud, che le mette per primo su carta nel 1870: “On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans“.
Curiosità: il diciassette, utilizzato (assolutamente non a caso) da Rimbaud come anno nel quale, semplificando, diventare grandi e scoprire l’amore, in Francia è anche il numero di telefono della Gendarmerie, la Polizia. Però in Italia la Polizia la contatti digitando il 113 (tutto torna sempre!!!), numero nontotiente per altro, che se fate uno sforzo mnemonico ricorderete essere anche la targa dell’automobile solitamente guidata da Topolino. Qui mi devo arrendere anche io che, come dicono gli accademici, son drio perdar el fio del discorso.
Tornando a noi, a quel 17, vi dicevo che costui ha anche dei difetti. E qui so già di attirarmi vagonate di insulti. Ma ormai “il dado è tratto”: diciassette sono gli album in studio incisi da sua maestà, sua onnipotenza, Vasco Rossi! Che meraviglia! E pensate, adesso gioco il carico pesante, nel suo diciassettesimo album, risalente al 2014 ed intitolato “Sono Innocente” che inizia per S, diciassettesima lettera dell’alfabeto – per inciso, album che non ho minimamente mai ascoltato – c’è un brano intitolato “Accidenti come sei bella” (scordatevi che vi metta il link), che ha uno degli incipit più belli di tutta la storia della musica cantautoriale italiana e non, con buona pace dei vari Battiato, DeGregori, Waits, Dylan, Cohen e compagnia. Eccolo:
“Se c’è una bella al mondo sei più bella tu / Se c’è chi è troppo bella tu lo sei di più / Sei qui davanti a me ma non mi sembra vero / Accidenti come sei bella“.
Brividi, vero? Rimbaud, fatti da parte, grazie, che passa il komandante.
Comunque Vasco Rossi, che musicalmente parlando è secondo solo a Ligabue nella mia classifica di “artisti italiani che soffro terribilmente e che per motivi a me ignoti riempiono stadi coi loro concerti nei quali il pubblico presente vuole sentire sempre le stesse cinque canzoni di trent’anni addietro“, ho scoperto avere una cosa in comune con il gruppo della mia vita, quello a cui devo tutto, ovvero gli Slint.
Ebbene gli Slint, quartetto proveniente da Louisville, in tutta la loro carriera, breve e frammentata, hanno inciso in maniera ufficiale la bellezza di quanti brani? Esatto, 17. Già, non facevano della prolificità il loro punto forte… 9 canzoni su Tweez (ed i titoli dei brani sono i nomi dei genitori di ciascuno dei quattro, più l’ultimo, Rhoda, che era il cane di Britt Walford, il batterista), 6 su Spiderland, il Disco per antonomasia, 2 su di un EP pubblicato postumo nel 1994 ma contenente brani registrati nel 1989. Ora presumo che sarebbe da parte mia indelicato ed opinabile, poiché soggettivo, sostenere che in 17 canzoni degli Slint (ma basterebbero le 6 di Spiderland) vi siano più idee che in 17 album del rocker di Zocca, per cui non lo farò, sebbene lo abbia appena scritto, anticipando tuttavia che sarebbe stato indelicato.
Onestamente non capisco più se semanticamente mi si possa accusare di aver esplicitato il concetto di cui sopra o se si possa al massimo supporre che io possa pensarlo, per cui procedendo senza sosta ad aggiungere periodi paratattici ed ipotattici, intervallandoli scientemente a segni di interpunzione per favorire la respirazione durante la lettura, confesso di non saper più da che parte dirigermi, nella vacuità di queste ultime righe, per confidare che ho casualmente scoperto che Salvatore Quasimodo, Nobel per la letteratura nel 1959, e premiato durante la cerimonia ufficiale l’11 dicembre dello stesso anno, 21707 giorni orsono (somma totale delle cifre 17, ebbene sì…), utilizzò 17 parole per il suo più celebre componimento, risalente al 1930:
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Ed è così che, in una sorta di osmosi testuale, cala la sera anche su questo scritto, che per dirla alla V “volge verso il verboso”, per cui viene logico affidare la chiusa al brano che mette la parola fine a Spiderland e di conseguenza agli Slint. E per gli effetti di un parallelismo, un ponte ideale che unisce la Francia agli Stati Uniti, transitando per l’Italia, anche qui si parla di addio all’adolescenza e di approdo all’età adulta:
