Benvenuta Anna, scusa il ritardo – Anna Calvi @ Suoni di Marca (TV)

Non so nemmeno da dove iniziare.

Quindi partirei dalla fine. “La fine è il mio inizio” per dirla alla Terzani, e la fine in questo caso sono io, in sella alla mia bicicletta, poco oltre la mezzanotte, immerso nell’oscurità tipica delle stradine di campagna, che pedalo verso casa, canticchiando “Break on Through (To the Other Side)” e chiedendomi per quale motivo proprio i Doors. Nel senso, non li ascolto da tempo, sono di ritorno da un concerto magnifico che con Morrison, Manzarek e compagni non c’entra nulla, non ho parlato praticamente con anima viva per tutta la serata, non ho appigli apparentemente. Vai a capire. Le sinapsi.

Il concerto di cui sono reduce è quello di Anna Calvi.

Ed è stato un concerto strepitoso. Oltre le aspettative. Che pur non erano basse, sia chiaro. Ma nel mio empireo delle cantautrici, assieme alle signore Germano, Marshall, Wright, Harvey, la qui presente Calvi non faceva (ancora) parte.

Com’era quella che solo gli stupidi non cambiano mai opinione? Ecco, più o meno è così.

Ad ogni modo, risalendo controcorrente lo scorrere del tempo, uscendo dall’area palco, incontro Gigio, singolare esemplare di Sapiens Sapiens col quale ho condiviso più di qualche momento, musicale e non, il quale mi esprime il suo sincero stupore nell’aver sentito casualmente per la prima volta tale Anna Calvi. Perché “Suoni di Marca” (si chiama così il festival) è gratuito (e vabbè non mi sembra il luogo e il momento per affrontare un tema a me così caro), motivo per il quale spesso, spessissimo, la stragrande maggioranza dei presenti è lì per una serie interminabile di motivi, ed in fondo alla lista c’è anche, ma non sempre, l’assistere al concerto. Va da sè che il loro comportamento non si confà alla situazione, leggasi rispetto per quei quattro cristi che vogliono ascoltare il concerto e dei loro discorsi urlati farebbero volentieri a meno. Alcuni rari casi, come l’individuo di cui sopra, escono da questa dinamica. Fortunatamente.

Poco male, nemmeno dieci minuti prima Anna esce per l’unico bis del suo live e dopo aver lacerato le corde della sua Fender con il microfono la lancia a terra, s’inchina, saluta e se ne va. Ha appena chiuso il concerto con “Ghost Rider”. Quella dei Suicide.

Ora, io non guardo mai le scalette dei concerti, prima. Mai. Manco sapevo che avesse inciso tale brano diversi anni fa. Ma dopo le prime note, stile “Sarabanda”, volevo quasi dire “la indovino con una!”, perché quel disco l’ho ascoltato in lungo ed in largo, quanto l’ho amato, perché io il 16/01/2004 ero con Tudor in un locale sperduto in provincia di Venezia, forse si chiamava Mithos, a vedere Alan Vega e Martin Rev, o ciò che rimaneva di loro, ed era comunque molto. Non nascondo che, nel mio snobbismo ormai conclamato, il fatto che il pubblico fosse partito col battito di mano a tempo all’attacco di quel pseudo riff principale mi aveva fatto storcere il naso (voglio dire, siamo a New York, nel ’77, non a Campovolo!) ma dura poco, la chitarra prende il sopravvento, acidissima, sporca e cattiva, il testo ossessivo, ripetitivo, “America is killing its youth”, che Alan Vega ne sapeva a pacchi, e mi va bene tutto.

E poi a questo punto del concerto mi già sono innamorato di Anna Calvi almeno una dozzina di volte.

Perché l’ora precedente è caratterizzata da così tanta bellezza che fatico a ricordarla tutta. Anna, che ormai siamo in confidenza, oserei dire intimi, si presenta con una camicetta e pantalone nero, stivaletti bianchi, imbraccia la chitarra, seria, quasi severa. Per i primi dieci minuti di concerto litiga spesso con l’asta del microfono che non rimane in posizione, i volumi inizialmente (un po’ anche dopo a dire il vero, ma non importa) sono orribili e lei sembra accorgersene, ha uno sguardo severo, un ghigno pare (mi immedesimo per un attimo e non vorrei essere il suo roadie, anfibio nero, pantalone attillatissimo con fantasia scozzese nero e verde, ed è subito Londra, 100 Club, 1977), quasi infastidita lascia il centro del palco e si produce in uno dei numerosi passaggi nei quali, occhi al cielo, porta noi tutti con la sua chitarra su vette inaccessibili, grazie ad una tecnica non comune e ad una propensione al suono più sporco, brutto e cattivo che trovo meravigliosa.

Anna ha due arcate sopraccigliari piuttosto prominenti, rossetto rossissimo ed un trucco tendente al nero. L’incidenza dei fari di scena sul suo viso le lasciano pertanto gli occhi totalmente in ombra, ed io che sono a cinque metri dal palco, perfettamente davanti a lei, pian piano che il concerto prosegue non le tolgo lo sguardo di dosso, rapito totalmente, perché so che anche lei sta fissando me, ne sono certo. Mi aspetto che da un momento all’altro, anche nel bel mezzo di una canzone mi faccia un cenno, un saluto, ma niente, forse non vuol far sapere che si sappia in giro. La capisco. Ci conosciamo appena, meglio non correre.

Anna ha una voce spaventosa, che raggiunge picchi degni delle sirene di Ulisse (come scriveva ieri notte il mai banale Ricky Bizzarro) e un attimo dopo sussurra, come in “Wish”, e qui è straordinario il momento, inteso nell’accezione vettoriale proprio, nel quale sul palco lei sussurra piano, piano, sempre più fievolmente “So please don’t you stop me, no don’t you stop me”, e giù dal palco, incredibilmente, nessuno, nessuno fiata, tutti appesi a quel flebile anelito che sta cristallizzando l’aria.

Il prima contiene altre bellezze, come Petterson tecnico di palco che per la prima volta in molti anni vedo con un paio di guanti addosso mentre (finge di) è impegnato a lavorare, o come Giulio Casale, che adoro nella sua veste teatrale più che in quella prettamente musicale (de gustibus…) e che mi ricorda sempre più Gaber, e che mette su un live davvero bello, fisico, in mezzo alla sua gente, e che riceve una maglietta degli Estra dal pubblico e la stende, con grande attenzione e cura sulla spia, e mi strappa un sorriso.

“Buongiorno a voi Lisa, Chan, Shannon, Polly Jean, vi presento Anna. Si fermerà qui per un bel po’ con noi“

Sorry Justin. Bon Iver @ Castello Scaligero

He’s a long way from that ice fishing shack where he wrote that album (seguono faccine che piangono)”
Amen.
A scrivere è Martha, preziosa amica attualmente stanziata a Brooklyn, che diversi anni orsono mi portò a Walden Pond, un laghetto di modeste dimensioni vicino Concord, nel Massachussets, reso celebre dalla permanenza in solitario volontario ritiro per due anni, due mesi e due giorni dello scrittore Henry David Thoreau, il quale al termine di quest’esperienza partorì il celebre “Walden ovvero Vita nei boschi”.
Sono le 22.42 ed ho da poco mandato a Martha un piccolo video di Justin Vernon che una cinquantina di metri davanti a me suona “Flume” in una versione rallentata, piuttosto diversa dal disco, che non mi dispiace affatto, e lei subito “are you dead yet? Have you died of JOYYY?” e io lì per lì tentenno, le dico che no, o meglio, non ancora, non lo so, ci sono stati un sacco di synth fino ad ora, autotune dappertutto, sono perplesso, ha appena fatto venti minuti di pausa dopo quaranta minuti di concerto (che è, Falstaff? cit.), Perth in apertura macchiata da dei bassi troppo “vistosi”, una rivisitazione di “Creature Fear” a chiudere il primo set che parimenti non mi aveva restituito quanto normalmente l’ascolto da disco riesce a dare, seppure a distanza di oltre dieci anni, seppur a distanza di centinaia di ascolti.
E sì che le premesse c’erano tutte: inseguivo (i) Bon Iver dal 2012 almeno, biglietti comprati mesi addietro, reduce da un Soap & Skin saltato per cause di forza maggiore, un Sharon Van Etten annullato per maltempo nel momento esatto in cui parcheggiavo, compagnia di viaggio ben assortita tra consanguinei e non, temperatura esterna calda ma non fastidiosa, location invidiabile e vivibilissima nonostante il tutto esaurito, gin tonic d’ordinanza nel frigo da viaggio d’ordinanza, voglio dire “what could go wrong?”
L’apertura affidata a Perth, è scelta assai apprezzata, ma sin da subito fatico ad entrare in sintonia col palco, e non c’entra la distanza, e non c’entrano i volumi, me ne convinco brano dopo brano, anche quando mi addentro tra la folla per testare se riducendo la distanza tra me e il signor Vernon aumentasse il “pathos”, riuscisse a farmi raggiungere le frequenze giuste per intercettare quelle che dal palco vengono irradiate sulla folla e che sembrano beffardamente evitarmi. Aggiungete anche una scenografia fin troppo algida, con colori che male si sposano tra loro, proiezioni sul fondo che cromaticamente fanno a pugni con le luci del palco in davvero troppi brani.
Ci sono dei sussulti, belli tosti anche, come la versione scarnificata di Flume, i colpi di batteria (e qui sì con luci e strobi davvero impattanti) durante una magnifica The Wolves e la (semi)conclusiva For Emma, perché parliamo pur sempre di uno dei miei cantautori preferiti degli ultimi vent’anni, e “For Emma, For Ever Ago” uno dei miei dischi “da isola deserta”, ma forse proprio per queste attese enormi che alla fine lascio il Castello Scaligero con più di qualche dubbio.
La verità temo sia però un’altra, ha ragione Martha, Bon Iver ne ha fatta di strada da quella baracca nella quale partorì “For Emma, For Ever Ago” a “22, A Million” e quello del 2019 non è più quello del 2007, o meglio ha mutato di forma, di colori. Allora era il gruppo giusto nel momento giusto al posto giusto per rapirmi e portarmi via, probabilmente se incontrassi per la prima volta Bon Iver oggi ascolterei il disco nuovo, magari anche un paio di volte, ma poi tornerei a Wolden Pond, a cercare qualcuno con una chitarra e la barba.

Go find another lover;

To bring a… to string along!”

“With all your lies

You’re still very lovable.

Eptacaidecafobia (e del raggiungimento dell’età adulta)

Assai mi perplime sapere che nel 2019, specialmente nell’italico stivale, vi siano dei Sapiens Sapiens che soffrono di eptacaidecafobia. Capirei, sempre con somma difficoltà ben inteso, che vi fossero casi di hexakosioihexekontahexafobia, specie se pensiamo all’influsso sensibile che secoli di cristianesimo hanno avuto sulle nostre genti. Ma che degli esseri normodotati-senzienti-consapevoli-maggiorenni-nel-pieno-delle-loro-facoltà possano in qualche modo far condizionare le proprie abitudini e quotidianità dalla presenza di un numero mi lascia basito.

Il numero in questione è chiaramente il 17 (chiaramente perchè epta = 7, deca = 10, fobia è un pò intraducibile…), il portasfiga per antonomasia, mentre per essere maggiormente esaustivi, l’hexakosioihexekontahexafobia è la paura del numero 666 (the number of the beast), anche se il significato era già chiaramente esplicato dalla parola stessa. Pare, anche se le fonti non sono così certe, che questa “sinistra nomea” abbia origini antiche, Roma Antica, dove sulle lapidi si soleva scrivere “VIXI“, ho vissuto, ovvero sono morto. VIXI, ahilui, ha la sfortuna di essere l’anagramma di XVII, che è proprio il 17 in numeri romani. Mi sembra deboluccia, cari antenati, come motivazione.

Anche perché il ragazzo (il 17 dico) ha un sacco di proprietà incredibilmente interessanti, come ad esempio l’essere un primo permutabile, e questa la spiego perché è bella: praticamente qualunque permutazione (che altro non è che l’anagramma nei numeri – vedete che tutto torna sempre…) tu faccia dei suoi numeri otterrai sempre un altro numero primo (17, 71 – 37, 73 – anche il 113 (tenetelo a mente)! 113, 131, 311, tutti primi! che figata ste robe, vero?). Il 17 è il settimo numero primo (!!!), è la somma dei primi quattro numeri primi (2, 3, 5, 7) e sommando le cifre del suo cubo, 4913, ottenete 17. Se siete basiti quanto me però sappiate che ha anche dei difetti, già.

Uno su tutti? No, ci arriviamo dopo. (E non sono gli East 17, dei quali avremmo tranquillamente potuto fare a meno. E anche della loro reunion, in quanto pare siano ancora attivi, e che qualche anno fa abbiano tenuto un concerto di fronte a 35 paganti…)

Perché vi sto per svelare una delle canzoni italiane più belle di sempre. Vi metto il link, la ascoltate e ci rivediamo tra 4 minuti e poco più.

La seconda voce è di Daniele Silvestri, esatto.

Non serve che mi ringraziate per questi minuti di delicata poesia, ne ho beneficiato anche io, e anzi, è un dono che mi faccio piuttosto spesso. Il riascoltarla intendo. Vogliamo parlare poi della semplicità e dolcezza del testo? Che per completezza d’informazione non è della band romana, poiché il brano, contenuto nel disco “Ferré, l’amore e la rivolta” del 2002, è una sorta di cover di Leo Ferrè, poeta e cantautore francese, il quale, nel 1986, a sua volta prende in prestito le parole da Arthur Rimbaud, che le mette per primo su carta nel 1870: “On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans“.

Curiosità: il diciassette, utilizzato (assolutamente non a caso) da Rimbaud come anno nel quale, semplificando, diventare grandi e scoprire l’amore, in Francia è anche il numero di telefono della Gendarmerie, la Polizia. Però in Italia la Polizia la contatti digitando il 113 (tutto torna sempre!!!), numero nontotiente per altro, che se fate uno sforzo mnemonico ricorderete essere anche la targa dell’automobile solitamente guidata da Topolino. Qui mi devo arrendere anche io che, come dicono gli accademici, son drio perdar el fio del discorso.

Tornando a noi, a quel 17, vi dicevo che costui ha anche dei difetti. E qui so già di attirarmi vagonate di insulti. Ma ormai “il dado è tratto”: diciassette sono gli album in studio incisi da sua maestà, sua onnipotenza, Vasco Rossi! Che meraviglia! E pensate, adesso gioco il carico pesante, nel suo diciassettesimo album, risalente al 2014 ed intitolato “Sono Innocente” che inizia per S, diciassettesima lettera dell’alfabeto – per inciso, album che non ho minimamente mai ascoltato – c’è un brano intitolato “Accidenti come sei bella” (scordatevi che vi metta il link), che ha uno degli incipit più belli di tutta la storia della musica cantautoriale italiana e non, con buona pace dei vari Battiato, DeGregori, Waits, Dylan, Cohen e compagnia. Eccolo:

Se c’è una bella al mondo sei più bella tu / Se c’è chi è troppo bella tu lo sei di più / Sei qui davanti a me ma non mi sembra vero / Accidenti come sei bella“.

Brividi, vero? Rimbaud, fatti da parte, grazie, che passa il komandante.

Comunque Vasco Rossi, che musicalmente parlando è secondo solo a Ligabue nella mia classifica di “artisti italiani che soffro terribilmente e che per motivi a me ignoti riempiono stadi coi loro concerti nei quali il pubblico presente vuole sentire sempre le stesse cinque canzoni di trent’anni addietro“, ho scoperto avere una cosa in comune con il gruppo della mia vita, quello a cui devo tutto, ovvero gli Slint.

Ebbene gli Slint, quartetto proveniente da Louisville, in tutta la loro carriera, breve e frammentata, hanno inciso in maniera ufficiale la bellezza di quanti brani? Esatto, 17. Già, non facevano della prolificità il loro punto forte… 9 canzoni su Tweez (ed i titoli dei brani sono i nomi dei genitori di ciascuno dei quattro, più l’ultimo, Rhoda, che era il cane di Britt Walford, il batterista), 6 su Spiderland, il Disco per antonomasia, 2 su di un EP pubblicato postumo nel 1994 ma contenente brani registrati nel 1989. Ora presumo che sarebbe da parte mia indelicato ed opinabile, poiché soggettivo, sostenere che in 17 canzoni degli Slint (ma basterebbero le 6 di Spiderland) vi siano più idee che in 17 album del rocker di Zocca, per cui non lo farò, sebbene lo abbia appena scritto, anticipando tuttavia che sarebbe stato indelicato.

Onestamente non capisco più se semanticamente mi si possa accusare di aver esplicitato il concetto di cui sopra o se si possa al massimo supporre che io possa pensarlo, per cui procedendo senza sosta ad aggiungere periodi paratattici ed ipotattici, intervallandoli scientemente a segni di interpunzione per favorire la respirazione durante la lettura, confesso di non saper più da che parte dirigermi, nella vacuità di queste ultime righe, per confidare che ho casualmente scoperto che Salvatore Quasimodo, Nobel per la letteratura nel 1959, e premiato durante la cerimonia ufficiale l’11 dicembre dello stesso anno, 21707 giorni orsono (somma totale delle cifre 17, ebbene sì…), utilizzò 17 parole per il suo più celebre componimento, risalente al 1930:

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Ed è così che, in una sorta di osmosi testuale, cala la sera anche su questo scritto, che per dirla alla Vvolge verso il verboso”, per cui viene logico affidare la chiusa al brano che mette la parola fine a Spiderland e di conseguenza agli Slint. E per gli effetti di un parallelismo, un ponte ideale che unisce la Francia agli Stati Uniti, transitando per l’Italia, anche qui si parla di addio all’adolescenza e di approdo all’età adulta:



5 (Auguri, mon chéri)

C’è quella scena di “The Dreamers“, il film di Bertolucci, nel quale uno dei protagonisti, Matthew, a cena con Théo, Isabelle e i di loro genitori, dal nulla se ne esce illustrando ai commensali delle curiose coincidenze tra le dimensioni dello zippo (l’accendino) poggiato sul tavolo davanti a lui e le forme geometriche che compongono la decorazione della tovaglia. Sul film in sè non mi interessa parlare (vabbè dai, filmetto furbo, stile American Beauty, alternativo il giusto, ecc), ma quella scena mi butta sempre via, probabilmente perchè mostra come qualsiasi oggetto possa trovare un posto, una collocazione, all’interno di un sistema più ampio. Voglio dire, per farla più semplice, che a cercar bene, in profondità, niente è mai slegato dal contesto, e se uno è brillante (come Matthew nel film per esempio) o un minimo curioso, tutto è narrativo, tutto è narrabile e soprattutto funzionale alla narrazione.

A differenza del personaggio interpretato dal bel Michael Pitt, io innanzitutto non sono biondo, e non ho una mente particolarmente brillante, per cui anche stavolta, partirò da un numero. Non casuale.

Il numero 5.

Il 5 è un numero assai figo essendo egli un numero congruente, idoneo, pentatopico ed intoccabile, tra le molte proprietà. Fa parte della sequenza di Fibonacci, se avessimo bisogno di dargli ulteriore lustro (questa arriva dopo), ma attenti bene! Pare sia anche un numero malvagio (su wikipedia, alla voce “Successione di Thue-Morse” provate a capirci qualcosa. Io c’ho rinunciato).

Veniamo al dunque.

Il quinto giorno del quinto mese del millenovecentottantaduesimo anno dopo Cristo vedeva la luce colei che 11098 giorni sarebbe divenuta mia moglie. Già da qui la situazione è curiosa, per quelli che sono attratti dai numeri e dalle ricorrenze come me, in quanto la data 5 (giorno) + 5 (mese) fa 10 (che è il doppio di 5!), come 1 + 9 o 8 + 2; sommando le cifre che compongono 11098 infine si ottiene 10. 5 nel sistema binario poi è 101 (pertanto palindromo).

Il nome della creatura in questione (della quale per qualche sciocco retaggio antico non svelerò l’età, tanto vi ho messo l’anno di nascita prima) è di cinque lettere e l’iniziale è la quinta lettera dell’alfabeto. E sto.

5 maggio.

Prima quelli più acculturati, avanti: “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, …”. Bravi, Manzoni. Applausone, recitatela tutta.

Il 5 maggio però è anche un ragazzotto slovacco, nato a Tajov, di nome Vratislav, di cognome Greško. Per noi interisti il 5 maggio vuol dire ancora Olimpico, Lazio, Karel Poborský. Non ci metteremo mai una pietra sopra. Inutile.

Il 5 maggio di cinque anni fa non sapevamo ancora che da lì a 100 giorni esatti sarebbe aumentato del 33% il nostro nucleo familiare (cioè sapevamo che sarebbe accaduto, non sapevamo che sarebbero stati 100 giorni esatti ecco), grazie all’arrivo di una pupetta il cui nome sarebbe stato di cinque lettere (rendendo i nostri genitori nonni, 5 lettere). E 1360 giorni dopo (anche qui 1 + 3 + 6…) un altro aumento familiare del 25% (quadrato di 5…) con l’arrivo del pupetto a cui venne dato un nome di quante? Esatto, cinque lettere.

Ad ogni modo, scavando tra i miei ascolti, più o meno attuali, alla ricerca di qualche appiglio per finire in qualche modo a parlar di musica (dando per scontato il concetto di scala pentatonica), mi si sono accese inizialmente due lampadine: Maurizio Arcieri, fondatore dei New Dada, che nel 1968 cantava 5 minuti e poi… e la magnifica Five seconds to hold you dei miei amati Devics. Ecco però che, in maniera beffarda, entrambi i brani trattano ciascuno a proprio modo amori finiti, o in fase terminale. E no, non ci siamo. Bellissime canzoni, bello tutto, ma anche no. La numerologia in questo caso non ci giova, anzi toppa in maniera clamorosa. Parto con l’idea di fare un regalo di compleanno “alternativo” e mi ritrovo con questo clima cinereo? Sia mai.

Non che adesso io voglia diventare tipo un Cecco Angiolieri o qualche stilnovista, però l’intento è quello di ringraziarla, in maniera disorganica, sconclusionata e appassionata, come del resto tendo ad affrontare questo transito terreno, dedicandole cinque canzoni, ovviamente.

Grazie per il sorriso, punto. Voglia il caso che quest’anno, il 5 maggio cada di domenica. Per cui cosa di meglio dei Beirut e la splendida A Sunday Smile? E sì, sottoscrivo quanto sostiene il nostro amico Zach: “All I want is the best for our lives my dear, and you know my wishes are sincere”:

Grazie per la dolcezza, che non è mai troppa, per cui niente di meglio che Consequence dei Notwist (non serve far presente che Neon Golden sia il loro quinto disco, vero?): “Leave me paralyzed, love. Leave me hypnotized, love”:

Grazie per non telefonare alla guida, grazie per non parcheggiare in divieto quando porti i pupi a scuola, che piova o meno, grazie per condividere la convinzione che il razzismo e il fascismo siano lo schifo, grazie perché senza grosse fatiche i nostri valori già collimavano; per cui una canzone di protesta, una delle poche degli U2 che mi piaccia sul serio, Van Diemen’s Land:

Grazie per l’amore, la passione e la commovente dedizione e devozione che metti ogni giorno per crescere i due pupastri al meglio. Per cui Gaber e la sua infinita, lucida, altissima poetica di Non insegnate ai bambini: “Non insegnate ai bambini ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente.

Infine grazie per essere la mia compagna di viaggio, Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space:

And I will love you till I die

And I will love you all the time

So please put your sweet hand in mine

And float in space and drift in time

All the time until I die

We’ll float in space, just you and I”

Buon compleanno.

a

Aspetta e spera (i Silverchair a Bologna, partendo da Gigi D’Alessio)

C’è un brano del mio cantante preferito (uno dei…), all’anagrafe Luigi D’Alessio, ma forse lo conoscerete col suo nome d’arte, ovvero Gigi D’Alessio, che s’intitola “Il Primo Amore Non Si Scorda Mai” (perchè poi io abbia sta mania di mettere sempre in maiuscolo le parole che compongono i titoli lo sa solo Dio…) che nel ritornello recita “Il primo amore non si scorda mai / eppure il tempo passa su di noi“.

Bella, no? Top.

Ebbene di recente si festeggiava il ventiquattresimo anniversario della pubblicazione di “Frogstomp“, disco d’esordio degli australiani Silverchair.

I Silverchair sono stati il mio primo amore, musicalmente parlando. Sono stati il gruppo che mi ha aperto le porte del rock’n’roll e al quale devo molto. Se non tutto. Devo a loro, ad esempio, se nel 1997 sono passato da “Mixin’ in Action” con Haddaway, Ace Of Base e da altre improbabili compilation con Corona, La Bouche e compagnia, ad ascoltare alla nausea la musicassetta originale di “Freak Show” (tecnicamente lo devo a Baldi, perchè la cassetta era sua e me l’aveva prestata).

Mi preme chiarire da subito, per coloro i quali la band australiana risulti ad oggi totalmente ignota, che non siamo di fronte ad uno di quei gruppi seminali, epocali, imprescindibili, eccetera. Parliamo di un power trio (chitarra – basso – batteria) che esordì nel ’95 con un disco, “Frogstomp” per l’appunto, che era fondamentalmente un disco grunge, pur con le dovute sfumature del caso. La particolarità se vogliamo stava nel fatto che la formazione allora era composta dal cantante, chitarrista e leader della band Daniel Johns (capello biondo lungo, praticamente un Cobain dell’emisfero sud), il bassista Chris Joannou, il batterista Ben Gillies, i quali, compagni di classe e amici sin da piccoli, nel momento in cui Frogstomp usciva sul mercato avevano qualcosa come 15 anni.

Per cui sì, fu un colpo di fulmine, accecante. Fu grazie a loro fondamentalmente che iniziai ad ascoltare tonnellate di Nirvana, Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Alice In Chains, Soundgarden, andando a ritroso coi Green River, i Mother Love Bone, ma i numi tutelari erano loro. Mi ci volle del tempo per ripristinare un minimo di ordine gerarchico…

Poi giravano dei video, su MTV credo, dei loro live, conditi di pogo selvaggio, gente che si lanciava da alte balaustre direttamente sulla folla, palchi invasi da giovani esagitati. Per me era tutto nuovo, tutta una scoperta. Tutto bellissimo.

Inoltre sapevo suonare l’arpeggio di “Tomorrow” o di “Suicidal Dream“, scoprii il “dropped D tuning“, cantavo a caso i testi delle canzoni (in quegli anni non era così semplice come oggi reperire certe informazioni) ripetendo quello che credevo di capire. Fu così che quando Iena venne a casa mia mostrandomi il cd originale di “Frogstomp” preso a Londra gli dissi che mi piaceva un sacco la canzone “New Mexico“. Non trovandola nella tracklist del disco mi chiese se fossi sicuro si intitolasse così. Scoprimmo poco dopo che in realtà non diceva “New Mexico” ma “Pure Massacre“. Si dia il via alla gogna mediatica. Meritatissima.

Ad inizio ’99 i Silverchair pubblicano “Neon Ballroom“, un disco imponente ed ambizioso, molto più vario e arrangiato dei due precedenti, con Daniel che prova addirittura a rispondere alla “Tonight, Tonight” degli Smashing con “Emotion Sickness“, e quel video bellissimo.

Sta di fatto che arriviamo al fattaccio.

In primavera annunciano a Bologna, all’Arena Parco Nord, la prima edizione dell’Indipendent Day Festival. Headliner Offspring e Joe Strummer e, tra gli altri, per la prima volta nello stivale, i Silverchair.

Si va. Facile.

Quasi.

Mio papà non la vede proprio così: “Mi spiace, non esiste, hai 16 anni, mi sembra prestino. Ci andrai la prossima volta che vengono. Promesso”.

Quando uno ci vede lungo…

I Silverchair finirono il tour, successivamente Daniel Johns decise di fermarsi per un periodo a causa dell’anoressia, tornarono con un disco decisamente brutto (salviamo solo “Without You“, pezzone), poi si sciolsero di nuovo, poi un disco addirittura peggiore, nel frattempo Daniel Johns si sposa con Natalie Imbruglia, poi niente concerti per 6 anni, poi sembra che qualcosa si muova macchè, a maggio del 2011 i Silverchair vanno in “indefinite hibernation“.

Well, that escalated quickly…

Ebbene sì, quello fu l’unico, unico, isole comprese, concerto che Daniel Johns e soci fecero in Italia. A pochi chilometri da casa mia. E io non ci andai.

Daniel Johns, ora che i Silverchair non esistono più, oggi fa qualcosa di simil elettronica. E fa schifo. Si trucca, fa i balletti nei video anche, cristodio! Perchè!

La parabola discendente intrapresa dai Silverchair dopo i primi tre dischi potrebbe farli concorrere per un post sul podio alla categoria “band che da fighissime hanno avuto un peggioramento inarrestabile fino a raggiungere il traguardo di inascoltabili e non aver ancora intenzione di fermarsi“, podio che vede ai primi due gradini Muse e Red Hot Chili Peppers (ci pensate mai che la band che ha creato un disco come “Blood Sugar Sex Magik” ha anche fatto “Stadium Arcadium” contenente quell’abominio di “Snow (Hey Oh)“? Io ci penso di continuo).

Se dovessi oggi fare una lista dei miei dieci artisti o band preferite, probabilmente i Silverchair non li metterei nemmeno, ma non posso ignorare il peso che hanno avuto. Per me ovviamente. Riprendo nuovamente le parole dell’amato cantautore napoletano già marito di Anna Tatangelo, che nella sua celeberrima “Domani” dice quanto vorrei io dire oggi a Daniel, Ben e Chris: “Nel sito dell’amore collegato col mio cuore ho scritto il nome tuo“. Sì, c’è la rima cuore/amore.

Guardami come Jamie Stewart guardava quel piatto.

Belluino, sghembo, dissonante, appassionato, viscerale, magnetico, fragoroso, cacofonico, stridente, ipnotico.

Visto quante parole conosco?

Ne conosco anche altre: matema, abigeato, liceità, acrimonia, per dire… ma queste, a differenza delle sopraelencate, non van bene per inquadrare il concerto degli Xiu Xiu all’Argo 16 l’altra sera. Cioè usatele, usatene in continuo, sfruttate il nostro vocabolario per dio, ma in altri contesti.

Andiamo.

È martedì sera, c’è un dannato vento freddo di quelli che dan più fastidio, perché vedi poco più in là la primavera incipiente, la avverti, palpabile, alberi in fiore, il sole caldo delle 16, ma dopo il tramonto tocca rimettersi il giubbotto pesante.

È martedì sera, fa freddo ed è la festa del papà e non la passerò a casa, ma avevo precauzionalmente avvisato della mia assenza la quattrenne, invitandola ed esortandola a dirmi la poesia al mattino, prima di andare a scuola, “ma dopo il latte!” aveva stabilito lei (a dirla tutta con l’altra metà del cielo, a.k.a. mia moglie, avevamo studiato il tutto nei dettagli, ovvero che io avrei dovuto fingere di essere ancora addormentato a letto, per far scattare poi lo schema svegliamo il papà – prepariamo il latte – recitiamo la poesia… adoro i piani ben riusciti..)

È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa che perdura da diverse ore, gentile omaggio da sovraesposizione da smartphone e monitor. Due Moment d’ordinanza.

È martedì sera, fa freddo, è la festa del papà ed ho un’emicrania fastidiosa, sono anche stanco, ma stasera non si può non andare a far visita al signor James Cyrus Stewart, 41enne di Los Angeles, e alla sua creatura, denominata Xiu Xiu.

L’ Argo 16 è moderatamente affollato, pensavo (temevo) qualcosa di più, ma non mi dispiaccio affatto, perché sono o non sono un testimonial del conf rock!

Qualche faccia nota, un gin tonic e poco prima delle 22.30 (tipo 29 eh…) con la musica ancora piuttosto alta, luci accese, salgono sul palco, nell’indifferenza dei più, James Stewart, curatissimo nella sua mise nera e nella classica pettinatura “co a riga in parte”, Jordan Geiger (così recita il comunicato stampa, ma ammetto di non sapere che faccia abbia, sebbene gli Shearwater li abbia ascoltati un bel po’. Ad ogni modo immaginatevi un incrocio tra Will Oldham e Doug Martsch) al basso e Thor Harris, anche batterista degli Swans, ma un curriculum impressionante, e di una prestanza scenica meravigliosa, ovvero canottiera nera dentro ai jeans neri a mettere in bella mostra delle possenti braccia pelose, e lunghi capelli biondi. Impossibile non innamorarsene. Anche perché in possesso di una bio su wikipedia magnifica: “Thor Harris (born February 7, 1965) is an artist, sculptor, musician, painter, carpenter and handyman”.

Partono i primi accordi di chitarra, incerti, che a fatica si fanno strada nel vociare del locale, restano sospesi nella terra di nessuno collocata tra il palco e la platea, mi chiedo se il concerto possa dirsi ufficialmente iniziato da quanto surreale sia la situazione; potrebbero essere gli accordi di “Sad Redux-O-Grapher”, ma non ne sono affatto sicuro, inoltre il disco nuovo l’ho ascoltato solo una volta, quindi rimango nel dubbio. Però è un brivido vero e squassante l’ingresso della voce tra quei solitari accordi, quel timbro quasi baritonale quando non teatrale, affettato ad un orecchio distratto, di certo magnetico e peculiare da non lasciarti indifferente, piaccia o meno.

Il pubblico finalmente si accorge che hanno iniziato, deo gratias, si fa silenzio all’Argo 16, ed è subito “I luv the valley OH!”, chitarra-basso-batteria. La meraviglia.

Con precisa alternanza, Stewart alterna in scaletta un brano con la chitarra ad uno senza, nel quale oltre a riversare nel microfono tutto se stesso, utilizza un campionario di strumenti inesauribile (legnetti, campanaccio, un piatto della batteria, un kazoo, un’armonica, altre diavolerie) che suona di volta in volta con una perizia ed una abnegazione ed una convinzione stupefacente.

Non sono bastati quattordici album in quindici anni per categorizzarli, catalogarli, e stasera non fa differenza. Non so se si possa parlare di elettronica, essendo la stessa ridotta davvero al minimo, almeno stasera, non è del tutto nemmeno rock, vista la struttura dei brani, l’uso non convenzionale degli strumenti canonici del rrruuuuoooooocccckk; in realtà non so nemmeno se sia necessario ed importante darla, una definizione. Diciamo che non lo è.

Volendo piuttosto fissare un’istantanea della serata, come suggeritomi dalla mai banale amica Giulia, direi questa: lo sguardo psicotico ed indemoniato che ha Jamie Stewart mentre sta violentando sadicamente il malcapitato crash della Zildjian (probabilmente da 14″), come se quel gesto, in quel momento, fosse l’unica cosa a contare davvero, come se da quel frastuono dissonante dipendessero le sorti del mondo intero. Mondo che nella sua testa probabilmente, anzi sicuramente, ha delle dimensioni ridotte, pochi metri quadrati, grossomodo le dimensioni del palco dell’Argo 16. Perché l’attitudine, l’atteggiamento, la postura di Jamie durante il live è totalizzante e strabordante, e per questo magnetica. Impossibile togliergli gli occhi di dosso, forse per pochi attimi, per vedere Thor Harris alle prese con il clarinetto (era un oboe? beh un qualche aerofono insomma, ero distante), o lo stesso Harris inginocchiato, accucciato sotto la batteria per tipo cinque minuti, o Geiger che accoltella e sevizia le corde del basso. L’esibizione è tutto fuorché lineare, come d’altronde è lecito attendersi, è convulsa, spasmodica (nel senso che risente degli spasmi improvvisi di Stewart, che ora imperversa feroce sul microfono ora danza leggiadro come un moderno Nureev), bellissima, al limite del commovente.

Il pubblico è rapito e rispettoso, educato nell’onorare i silenzi, pochi, che il live presenta.

C’è tempo per un bis, “in acustico” quasi, con Harris ai legnetti, Geiger con delle simil maracas e Stewart, chitarra e voce, a donarci una splendida, rivista, “Sad Pony Guerrilla Girl“.

Sipario. E buona festa del papà a tutti.

P.s. mi é stato fatto notare che al basso non c’era Geiger ma Christopher Pravdica, anch’egli Swans. Tanto vi dovevo.

Perdonami, Mark.

Non è questione di gusti. Non di sensibilità. Nemmeno di momenti, stati d’animo passeggeri, approcci sbagliati, congiunzioni astrali. Mi sa che io di musica proprio non ne capisco un cazzo. Temo questa sia la cruda verità.

Premetto che se volete leggere approfondimenti, disamine, analisi, chiarimenti, curiosità, recensioni su quello che sono stati i Talk Talk ed in particolare il suo leader e capo banda Mark Hollis, siete nel posto sbagliato. Qui fuori ci sono decine di giornalisti e scrittori e appassionati musicofili che nei giorni scorsi ne hanno scritto, in maniera mirabile per lo più, e hanno dato il giusto riconoscimento al compianto Hollis, improvvisamente mancato all’età di 64 anni.

Intesi.

Bene. Veniamo a me. Apprendo della morte di Mark Hollis un lunedì sera (25 febbraio u.s.), poco prima di cena, su Twitter. È un link da un sito mai sentito, per cui con cautela cerco altre fonti, per non incappare nella classica fake news. Ad ogni modo la notizia sembra essere certa. Cause ignote, ma il fondatore dei Talk Talk non è più con noi.

Avviso d’istinto Simone, collega di vecchia data, che per primo (e forse unico?), oltre un lustro fa, aveva insistito perché mi convincessi che “Spirit of Eden” fosse un disco immenso. Gli avevo dato ascolto, a Simone. E a “Spirit of Eden” ovviamente. Ma non aveva fatto breccia. “Spirit of Eden”, non Simone (qualunque cosa ciò possa significare, ma non mi va di uscire già da questo pseudo chiasmo). Non ero arrivato nemmeno in fondo a quei poco più di 40 minuti di musica. Le ragioni sfuggono ad una qualsiasi spiegazione sensata. Ma tant’è. A dirla tutta quello non fu l’unico tentativo in cui provai ad abbracciare i Talk Talk. Al contrario! Ma da qualunque parte cercassi di sfondare, quel fortino mi risultava inespugnabile. E non trovavo pace. Per uno come me, con i miei gusti, che fonda il proprio credo musicale sul testo sacro scritto da quattro evangelisti di Chicago chiamato “Spiderland”, risultava inconcepibile non trovare dimora in quei terreni che avevano, a detta di molti, contribuito a far nascere il mio, di vangelo.

In cuor mio sentivo di meritare la scomunica, o un processo sommario tenuto dal Tomás de Torquemada della musica del ventesimo secolo, come minimo. Sui libri di storia trovarmi negli approfondimenti a fine capitolo, con Galileo, Giordano Bruno, gente così. Non esagero, non difendetemi sempre.

Poco più tardi, mentre sul divano con pupa sono intento a fingere di provare interesse nel guardare un avvincente (…) “Barbie e il lago dei cigni”, senza dare nell’occhio torno furtivo su Twitter, trovandolo ovviamente invaso da qualunque tipo di tributo, celebrazione, articolo monografico, ricordo, e chi più ne ha più ne metta. Sui Talk Talk e su Mark Hollis, ça va sans dire. Non che mi aspettassi nulla di diverso, anzi lo reputavo oltremodo doveroso (ho ancora negli occhi giornali e giornalisti capaci di riabilitare post mortem in maniera spettacolare i peggiori politici, personaggi pubblici, ecc…), però pare che fossi l’unico sulla faccia della terra a non aver reso il giusto omaggio, dato il giusto peso, alla musica della band inglese. Butto un’occhiata fuori dalla finestra, verso la strada, aspettandomi da un momento all’altro di scorgere un inquisitore, qualche guardia, andavano bene anche le tuniche rosse dei Monty Python pronte a prelevarmi. Niente, passo la notte indenne.

Martedì mattina (26 febbraio 2019 u.s.), solita sveglia alle 6.30, mi vesto, colazione e prima di uscire con la mia fighissima folding bike, mi infilo gli auricolari, accendo Spotify e con l’indice, ma con una convinzione nuova e una consapevolezza diversa, premo con l’indice sopra la copertina di sto benedetto “Spirit of Eden”. Durata 41.05 minuti per Wikipedia Italia. 41.30 nella pagina inglese. Mi perplimo, increspando impercettibilmente la fronte, ma dura un attimo. Poi lascio sia la musica a menare le danze.

Ora considerate questo aspetto: da casa mia ho 10 minuti scarsi di bici per arrivare in stazione, venti minuti di treno, altri dieci di bici dalla stazione all’ufficio. Fanno quaranta minuti grossomodo. Curioso no? Ancora: The Rainbow, Eden, Desire, Inheritance, I Believe In You, Wealth. Sei tracce. Viale Battisti, Borgo Treviso, Viale Italia, via Sicilia, Via Regno Unito, Viale Europa. Sei vie dalla stazione all’ufficio. Siamo a due indizi. Per la prova serve il terzo. Vediamo… il disco d’esordio dei Talk Talk è del 1982, stesso mio anno di nascita. Deboluccia, ok, ma teniamola buona.

Ebbene, quelli che seguiranno sarebbero stati quaranta minuti di ininterrotto soliloquio, quaranta minuti di un solitario autodafé. Espio ad ogni minuto che passa, ad ogni pedalata, un frammento del mio peccato originale; questa curiosa corrispondenza tra il tempo del disco ed il tragitto che sto percorrendo, questo lungo piano-sequenza, che se lo sapesse Linklater mi verrebbe a stringere la mano commosso (o forse meglio l’Iñárritu di Birdman?), somiglia tanto ad una salita dalle tenebre verso la luce, dal peccato alla redenzione, salita che non sarebbe terminata con un “riveder le stelle”, tutt’altro. Un monitor, una tastiera e via andare.

Sono quasi in zona ufficio quando, nel mezzo di “Inheritance”, talmente trasportato da cotanto clamoroso miracolo sonoro, solo all’ultimo momento utile, ad una rotonda, evito che un Qashqai (credo…) guidato da un giovanotto in possesso in maniera alquanto inequivocabile di una mamma peripatetica, ignorando bellamente le regole del codice della strada, finisca la sua corsa sulla mia innocente e minuta persona.

Nella concitazione del momento mi si sfila una cuffietta e il rumore del traffico cittadino mi riporta alla realtà. Sfumata la magia di poco prima, decido di spegnere, che va bene anche così.

Anche se nemmeno sta volta sono arrivato in fondo al disco, sento ormai concluso il processo di espiazione, il cuore più leggero, la pedalata più fluida e sciolta. È un’abiura bella e buona, altro che.

Un pizzico di rammarico in ogni caso resta, ovviamente. Per il tempo perduto, le occasioni perse.

Lo diceva beneVivian Lamarque: “Siamo poeti vogliateci bene da vivi di più / da morti di meno che tanto non lo sapremo”.