Perdonami, Mark.

Non è questione di gusti. Non di sensibilità. Nemmeno di momenti, stati d’animo passeggeri, approcci sbagliati, congiunzioni astrali. Mi sa che io di musica proprio non ne capisco un cazzo. Temo questa sia la cruda verità.

Premetto che se volete leggere approfondimenti, disamine, analisi, chiarimenti, curiosità, recensioni su quello che sono stati i Talk Talk ed in particolare il suo leader e capo banda Mark Hollis, siete nel posto sbagliato. Qui fuori ci sono decine di giornalisti e scrittori e appassionati musicofili che nei giorni scorsi ne hanno scritto, in maniera mirabile per lo più, e hanno dato il giusto riconoscimento al compianto Hollis, improvvisamente mancato all’età di 64 anni.

Intesi.

Bene. Veniamo a me. Apprendo della morte di Mark Hollis un lunedì sera (25 febbraio u.s.), poco prima di cena, su Twitter. È un link da un sito mai sentito, per cui con cautela cerco altre fonti, per non incappare nella classica fake news. Ad ogni modo la notizia sembra essere certa. Cause ignote, ma il fondatore dei Talk Talk non è più con noi.

Avviso d’istinto Simone, collega di vecchia data, che per primo (e forse unico?), oltre un lustro fa, aveva insistito perché mi convincessi che “Spirit of Eden” fosse un disco immenso. Gli avevo dato ascolto, a Simone. E a “Spirit of Eden” ovviamente. Ma non aveva fatto breccia. “Spirit of Eden”, non Simone (qualunque cosa ciò possa significare, ma non mi va di uscire già da questo pseudo chiasmo). Non ero arrivato nemmeno in fondo a quei poco più di 40 minuti di musica. Le ragioni sfuggono ad una qualsiasi spiegazione sensata. Ma tant’è. A dirla tutta quello non fu l’unico tentativo in cui provai ad abbracciare i Talk Talk. Al contrario! Ma da qualunque parte cercassi di sfondare, quel fortino mi risultava inespugnabile. E non trovavo pace. Per uno come me, con i miei gusti, che fonda il proprio credo musicale sul testo sacro scritto da quattro evangelisti di Chicago chiamato “Spiderland”, risultava inconcepibile non trovare dimora in quei terreni che avevano, a detta di molti, contribuito a far nascere il mio, di vangelo.

In cuor mio sentivo di meritare la scomunica, o un processo sommario tenuto dal Tomás de Torquemada della musica del ventesimo secolo, come minimo. Sui libri di storia trovarmi negli approfondimenti a fine capitolo, con Galileo, Giordano Bruno, gente così. Non esagero, non difendetemi sempre.

Poco più tardi, mentre sul divano con pupa sono intento a fingere di provare interesse nel guardare un avvincente (…) “Barbie e il lago dei cigni”, senza dare nell’occhio torno furtivo su Twitter, trovandolo ovviamente invaso da qualunque tipo di tributo, celebrazione, articolo monografico, ricordo, e chi più ne ha più ne metta. Sui Talk Talk e su Mark Hollis, ça va sans dire. Non che mi aspettassi nulla di diverso, anzi lo reputavo oltremodo doveroso (ho ancora negli occhi giornali e giornalisti capaci di riabilitare post mortem in maniera spettacolare i peggiori politici, personaggi pubblici, ecc…), però pare che fossi l’unico sulla faccia della terra a non aver reso il giusto omaggio, dato il giusto peso, alla musica della band inglese. Butto un’occhiata fuori dalla finestra, verso la strada, aspettandomi da un momento all’altro di scorgere un inquisitore, qualche guardia, andavano bene anche le tuniche rosse dei Monty Python pronte a prelevarmi. Niente, passo la notte indenne.

Martedì mattina (26 febbraio 2019 u.s.), solita sveglia alle 6.30, mi vesto, colazione e prima di uscire con la mia fighissima folding bike, mi infilo gli auricolari, accendo Spotify e con l’indice, ma con una convinzione nuova e una consapevolezza diversa, premo con l’indice sopra la copertina di sto benedetto “Spirit of Eden”. Durata 41.05 minuti per Wikipedia Italia. 41.30 nella pagina inglese. Mi perplimo, increspando impercettibilmente la fronte, ma dura un attimo. Poi lascio sia la musica a menare le danze.

Ora considerate questo aspetto: da casa mia ho 10 minuti scarsi di bici per arrivare in stazione, venti minuti di treno, altri dieci di bici dalla stazione all’ufficio. Fanno quaranta minuti grossomodo. Curioso no? Ancora: The Rainbow, Eden, Desire, Inheritance, I Believe In You, Wealth. Sei tracce. Viale Battisti, Borgo Treviso, Viale Italia, via Sicilia, Via Regno Unito, Viale Europa. Sei vie dalla stazione all’ufficio. Siamo a due indizi. Per la prova serve il terzo. Vediamo… il disco d’esordio dei Talk Talk è del 1982, stesso mio anno di nascita. Deboluccia, ok, ma teniamola buona.

Ebbene, quelli che seguiranno sarebbero stati quaranta minuti di ininterrotto soliloquio, quaranta minuti di un solitario autodafé. Espio ad ogni minuto che passa, ad ogni pedalata, un frammento del mio peccato originale; questa curiosa corrispondenza tra il tempo del disco ed il tragitto che sto percorrendo, questo lungo piano-sequenza, che se lo sapesse Linklater mi verrebbe a stringere la mano commosso (o forse meglio l’Iñárritu di Birdman?), somiglia tanto ad una salita dalle tenebre verso la luce, dal peccato alla redenzione, salita che non sarebbe terminata con un “riveder le stelle”, tutt’altro. Un monitor, una tastiera e via andare.

Sono quasi in zona ufficio quando, nel mezzo di “Inheritance”, talmente trasportato da cotanto clamoroso miracolo sonoro, solo all’ultimo momento utile, ad una rotonda, evito che un Qashqai (credo…) guidato da un giovanotto in possesso in maniera alquanto inequivocabile di una mamma peripatetica, ignorando bellamente le regole del codice della strada, finisca la sua corsa sulla mia innocente e minuta persona.

Nella concitazione del momento mi si sfila una cuffietta e il rumore del traffico cittadino mi riporta alla realtà. Sfumata la magia di poco prima, decido di spegnere, che va bene anche così.

Anche se nemmeno sta volta sono arrivato in fondo al disco, sento ormai concluso il processo di espiazione, il cuore più leggero, la pedalata più fluida e sciolta. È un’abiura bella e buona, altro che.

Un pizzico di rammarico in ogni caso resta, ovviamente. Per il tempo perduto, le occasioni perse.

Lo diceva beneVivian Lamarque: “Siamo poeti vogliateci bene da vivi di più / da morti di meno che tanto non lo sapremo”.

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